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Identità – Nei vicoli di Napoli ebraica

In Via Cappella Vecchia, a Napoli, si incontrano le voci degli ebrei partenopei. C’è una Sinagoga dell’800, in uno scomodo vicolo di antiquari in pieno centro, che guarda alla piazza dei Martiri e al mare. Un itinerario lungo i percorsi, che definiscono l’identità dei «figli» di una città che li ha accolti ma anche respinti: Napoli, Via Cappella Vecchia 31 (Belforte Editore) è il libro di Pierpaolo Pinhas Punturello, giovane rabbino e studioso, che in nove racconti compone un ritratto dell’ebraismo partenopeo facendo «dialogare» i personaggi con i luoghi. «Ho scritto questo libro — spiega Punturello — per raccontare il mondo nel quale sono cresciuto. E si tratta di un mondo che sta scomparendo, così volevo lasciarne il segno. Ho fatto camminare i personaggi per le strade di Napoli, tenendo in mente che anche le norme che regolano la nostra esistenza di ebrei fanno capo a quella che noi definiamo “Halachà”, ovvero legge, che è cammino, cammino di vicinanza o distanza». Gli ebrei sono lì da un secolo e mezzo, prima sono arrivati gli ashkenaziti, poi da Roma, dal Nord Italia, dall’Europa dell’Est, dalla Turchia e anche da Salonicco. E se tra le due Guerre se ne contavano 2.000 oggi ne sono rimasti 150. Ciò che caratterizza la loro identità è la totale integrazione nella città: «L’identità napoletana non lascia molto spazio, è invasiva – continua il rabbino – gli ebrei sono quindi figli di Napoli. Chi parlava turco o ladino in casa, nel giro di una generazione parla il dialetto napoletano». Nella Napoli di Punturello non ci sono posti che rimandano soltanto all’ebraismo, come non ci sono luoghi da dove esso ne è escluso. «C’è tutta Napoli in questi racconti, perché gli ebrei hanno vissuto ovunque in questa città che è un golfo, un utero enorme di accoglienza, di espulsioni, di repulsioni e di amore». Partenze e arrivi C’è un ragazzo, Massimo, che nel racconto 15 dicembre 1939 sta per lasciare Napoli, a causa delle infami leggi razziali: prima di imbarcarsi su una nave diretta negli Stati Uniti, scende in taxi la collina del Vomero che guarda la città dall’alto, e intanto i suoi pensieri si mescolano alle strade nelle quali è cresciuto, e si chiede perché deve lasciarli, e perché questi luoghi restino indifferenti all’ingiustizia subita: «Massimo è uno dei personaggi più napoletani del libro. Ebreo vomerese, è un «figlio» di Napoli, ama e odia la sua città, che lo «caccia via». Prima di raggiungere Cappella Vecchia, passa per le strade che collegano due parti delle città, attraversando mondi economicamente e socialmente diversi e panorami da togliere il fiato come quello di Via Tasso, o la ricchezza del quartiere Chiaia, «il rione Beltà» come lo definiva ironicamente Matilde Serao. «Napoli è una sirena, ti invade, per poter rimanere ebreo a volte la devi lasciare. Così vivi sempre una sensazione di abbandono». Nel racconto Un bimbo libero c’è la città che accoglie in tutta la sua bellezza il primo segno di rinascita dell’ebraismo dopo la tragedia della guerra. Le voci degli ebrei napoletani, assieme a quelle della Brigata ebraica, questa volta salgono per i vicoli del Vomero per annunciare «È nato il primo bambino ebreo libero!»: «Il protagonista è un neonato che deve essere circonciso. Il primo “Brith Milà” (circoncisione) in Europa dopo la guerra infatti avviene a Napoli. Volevo raccontare la speranza, la Napoli che sa sempre riprendersi, sapersi sedere sulle macerie e ricominciare: è un elemento napoletano ma anche molto ebraico. La capacità identitaria di saper ridere, di essere ortodossi ma tolleranti, è un grande dono che fa Napoli all’ebraismo». Identità di confine I percorsi dei personaggi nella città compongono «identità di confine», come le chiama l’autore. «Sono confini che noi ebrei sappiamo anche superare. Napoli è una città di mare, di arrivi e partenze, e gli ebrei qui arrivano e partono, anche da se stessi. Sono sempre mobili». E se Lontano si svolge tutto all’interno della Sinagoga di Cappella Vecchia, in Il dolore e La ricerca i personaggi, protagonisti di drammi identitari, percorrono la città passando per la bella e benestante collina di Posillipo, fino ad arrivare nei tuguri, nei quartieri di Giugliano, descritti in Gomorra, e nel centro della movida metropolitana. In Havdalà il giovane protagonista supera i confini di Napoli, e arriva a Roma: «Sono tutte identità di confine. Napoli è un paradigma, quindi se ci domandiamo quale sarà il destino degli ebrei napoletani dobbiamo chiederci anche quale sarà quello degli ebrei italiani, che si muovono tra più mondi. Il nostro valore sono i confini con i quali ci incontriamo».

Ariela Piattelli, La Stampa, 31 maggio 2018