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Machshevet Israel – Libertà è data, nonostante tutto

massimo giulianiDurante un recente convegno di filosofi morali su “Etica e bellezza”, il filosofo Otfried Höffe, tra i maggiori interpreti contemporanei di Kant, ha polemizzato con un insigne neuroscienziato, Wolf Singer, e la sua tesi (assai diffusa in ambito scientifico) per cui “dal momento che siamo determinati dalle interconnessioni del sistema nervoso centrale, dobbiamo smettere di parlare di libertà”. Per alcuni nostri politici, anche le interconnessioni a livello giuridico europeo e gli accordi multilaterali con altre realtà sovra-nazionali indicherebbero che non siamo liberi. E quale essere umano o quale nazione non ambisce ad essere ‘libero’? Quello della libertà di scelta, individuale e comunitaria, è un problema affrontato dai maestri di Israele in termini non di valore assoluto ma di equilibrio tra dimensioni tutte autentiche: autentica è l’aspirazione ad auto-determinarci e autentico è il condizionamento, biologico e culturale, che ci predispone a certe scelte; nondimeno questa pre-disposizione non è pre-determinazione e, anche nelle condizioni più dure, un nocciolo di libertà è data. È noto il midrash che commenta il dono della Torà, là dove i maestri – per sottolineare l’assoluta sovranità del Datore dell’insegnamento divino – pongono l’alternativa tra accettare la Legge o veder trasformato il Sinai in una tomba per il popolo ebraico. Immagine audace, ma anche pedagogicamente efficace! In quest’immagine non dobbiamo vedere solo il lato truce, quello della minaccia; possiamo piuttosto leggervi l’istanza di libertà: in ultima analisi, i figli di Israele ai piedi del Sinai potevano scegliere e hanno scelto: na‘ase ve-nishma‘. Con due futuri che impegnano anche le generazioni a venire, sempre in un misto di coercizione e libera scelta.
Nei Pirqé Avot l’idea della libertà viene ribadita in molti luoghi. Tra questi è famoso il detto, attribuito a Rabbi ‘Aqivà: “Tutto è previsto, ma il permesso [di scegliere] è dato” (III,19). Il permesso di scegliere è la libertà, senza la quale non avrebbero valore e merito le nostre azioni. Che merito (o demerito) avremmo se ciò che facciamo fosse già scritto o deciso dai nostri geni o dal nostro sistema molecolare? Possiamo essere giudicati solo sulla base del presupposto della nostra libertà. Tutt’altro che assoluta (“tutto è previsto”, su un piano materiale retto da leggi naturali che Dio non contraddice), ma pur sempre libertà. Noi moderni chiamiamo questo ‘permesso di scegliere’ semplicemente libertà morale. Ancora i Pirqè Avot insegnano, a proposito delle due luchot ha-brit, le tavole del patto: “Non leggere charut – inciso, bensì cherut – libertà, perché non vi è uomo libero se non colui che si dedica alla Torà” (VI,2). Da allora, la tradizione rabbinica non smette di interrogarsi sul grado di questa libertà, sospesa alla nostra ‘lettura delle tavole’, che da un momento all’altro possono ridiventare solo mera incisione su pietra, pietra scalfita, invece di essere etz chajjim, albero di vita. Nel medioevo Maimonide e Crescas ne hanno discusso a distanza e su opposti versanti, chi enfatizzando il polo del valore decisionale dell’uomo (contro il fatalismo islamico) e chi insistendo su quel ‘tutto è previsto’ nel disegno provvidente di Dio, che riduce i margini di manovra. Spinoza contribuì a far coincidere la sfera del possibile (della libertà) con la sfera del necessario (del siamo quel che siamo). Ma all’alba della modernità la questione si ripropose come duello simbolico tra autonomia (noi decidiamo per noi stessi) ed eteronomia (il valore delle nostre decisioni è fuori di noi, viene dalla Legge). Non a caso l’interpretazione della filosofia morale di Kant divenne uno spartiacque anche nell’ambito del pensiero ebraico.
La ‘riforma’ dentro l’ebraismo europeo e nord-americano, non nei suoi aspetti liturgici ma di pensiero, può ben leggersi come la rivendicazione di un’istanza di autonomia, cui dare priorità rispetto all’approccio eteronomo più tradizionale (ortodosso? …non credo che questo aggettivo qui abbia senso). Quanto pesa la valutazione razionale nell’ortoprassi ebraica? Quanto può contare la mia comprensione di quel che credo e di quel che la tradizione mi dice di fare? Qual è lo spazio della mia soggettività, nella quale si incanala la mia libertà? Se rileggiamo la ‘riforma’ in questi termini, rifiutandone o meno gli esiti a livello di prassi, non possiamo non riconoscerle di aver riproposto un’istanza antica e sempre urgente: quello di mediare tra il “tutto è previsto” e la “libertà che (pur) è data” anche dinanzi alla Legge e al suo Datore, il quale certamente non vuole essere servito da automi ma da persone libere, e ancor più amato non da un’accozzaglia di schiavi inconsapevoli o terrorizzati ma da figli e figlie che lo conoscono e da partners che ne condividono le responsabilità sul mondo. Anche l’idea di Torà lishmà – l’osservanza fine a se stessa – è per sempre da ‘assumere’, e per assumerla con merito occorre che la libertà sia autentica. Difficile libertà, chioserebbe Emmanuel Levinas, ma pur sempre esercizio di scelta.

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI