Meis – Talmud, il sapere da tradurre
Decine di tomi di dimensioni enciclopediche, migliaia di pagine in folio, centinaia di commenti e un mare di conoscenza. È il Talmud, testo fondante dell’ebraismo insieme alla Torah.
In quel mare di conoscenza, dove non sempre è facile navigare, dal 2011 è in costruzione un faro: il Progetto di traduzione del Talmud Babilonese in italiano, frutto del protocollo d’intesa siglato tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Un’impresa titanica, complessa e raffinata che, dopo la pubblicazione per Giuntina del Trattato Rosh haShanà (“Capodanno”), ha da poco raggiunto il secondo traguardo: è fresco di stampa anche il Trattato Berakhòt (“Benedizioni”), presentato al Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah da rav Gianfranco Di Segni, Coordinatore della traduzione.
Partendo dal percorso espositivo del MEIS, che prende avvio dalla distruzione del Santuario di Gerusalemme, nel 70 e.v., rav Di Segni è entrato nel vivo di una pagina per spiegare “come gli ebrei abbiano sostituito quel Tempio con la sinagoga, diventata il luogo in cui ci si riunisce per studiare e pregare, e come le preghiere e lo studio della Torah abbiano preso il posto dei sacrifici che si offrivano nel Santuario. E se l’Arca Santa del Primo Tempio di Salomone conteneva le Tavole della Legge, in quelle delle nostre sinagoghe ci sono i rotoli della Torah e il candelabro rimane sempre acceso”.
Il Talmud raccoglie le discussioni rabbiniche dei Maestri risalenti al periodo tra il III e il V-VI secolo, mentre cercavano di determinare il significato degli insegnamenti biblici e la loro concreta applicabilità. “Nasce dalla Mishnà – ha proseguito rav Di Segni –, che ne costituisce il primo strato in ebraico e sulla quale, a sua volta, si sedimenta la Gemarà, che la commenta. La Mishnà è il libro di testo per lo studio nelle accademie, fino a quando, nel V secolo, i dibattiti fra Maestri e allievi non vengono elaborati in un testo scritto, che assume la forma dialogica del Talmud, con domande, risposte, obiezioni, confutazioni, risoluzioni. E nozioni di carattere scientifico, storico, teologico e leggendario, forse per smorzare un po’ il tono complessivo”.
Berakhòt è il primo trattato del Talmud e fa parte dell’Ordine delle Sementi, ovvero i precetti connessi con l’agricoltura, come quelli sulle decime dei prodotti agricoli, l’anno sabbatico, le primizie, l’angolo del campo da destinare al povero e allo straniero. Norme che, non a caso, si aprono con le benedizioni: “Prima di qualsiasi azione, come ad esempio mangiare e bere, dobbiamo recitarne una, perché ciò che mangiamo e beviamo non ci appartiene e bisogna chiedere a Dio il permesso di usufruirne”.
La vicenda del Talmud stampato è indissolubilmente legata all’Italia. Nell’anno in cui gli ebrei furono chiusi nel ghetto (1516), a Venezia cominciò a fiorire la stampa ebraica e Daniel Bomberg, un commerciante di Anversa, pubblicò nella propria bottega l’edizione integrale del Talmud Babilonese. Che nel 1553, quando papa Giulio II ne ordinò la distruzione, venne messo al rogo sia in Piazza San Marco, a Venezia, che a Roma, in Campo de’ Fiori.
Ciononostante, nella Penisola e in tutti gli altri Paesi del mondo ebraico – dallo Yemen a Israele, dalla Spagna alla Germania – nei quali ha continuato ad essere letto, studiato e tradotto, il Talmud ha mantenuto la propria centralità, diventando anzi un caso editoriale: la versione italiana del Trattato Rosh Hashana è andata a ruba, confermando la bontà dell’intuizione di Clelia Piperno, Direttrice del Progetto.
Ma poiché molti passi del Talmud si trovano in trattati diversi e corrono paralleli attraverso continui rimandi, era necessario agevolarne la traduzione. Ed ecco, allora, TRADUCO, “uno strumento per la Traduzione Assistita dal Computer, il motore digitale al cuore del Progetto”, come lo ha descritto David Dattilo, Senior Operation Engineering. Che ha chiarito come questo ‘suggeritore’ sia diverso dal traduttore automatico di Google: “Il software, sviluppato grazie al lavoro congiunto dell’Istituto di Linguistica Computazionale del CNR e del Progetto Traduzione Talmud Babilonese, è stato cucito su misura sulle esigenze di traduttori e utenti, mentre in genere siamo noi a doverci adattare ai software che usiamo”.
Molteplici gli scopi: coordinare e velocizzare la traduzione coerente, omogenea e fluida del Talmud, anche se frutto del lavoro di più persone (attualmente un centinaio, tra supervisori, amministratori, redattori, revisori e traduttori), che operano sullo stesso testo, contemporaneamente e da luoghi diversi (soprattutto Italia e Israele, ma anche Svizzera e Stati Uniti); supportare nella redazione di note, tabelle e voci di glossario (concetti, espressioni idiomatiche, misure); facilitare il passaggio all’impaginazione e alla stampa dei volumi. E a questo proposito, Dattilo non esita a definire TRADUCO “una rivoluzione: il testo inserito e tradotto può essere esportato in xml, il nuovo formato dell’editoria digitale, e automaticamente importato nei software avanzati di impaginazione, senza modificare gli stili, le formattazioni, le immagini e le tabelle originali”.
Nella carta di identità di TRADUCO, ci sono altri segni particolari, anzi unici: è accessibile dal web; è collaborativo, perché un team di utenti può lavorare alla stessa traduzione; è potenziato dalla ricerca, nel senso che integra tecniche per il trattamento automatico del testo e della lingua e componenti di analisi e rappresentazione della conoscenza; è adattabile a lingue diverse; è orientato alla traduzione interpretativa, più che letterale, con aggiunte esplicative e annotazioni. Inoltre, ‘traccia’ il flusso della traduzione, salvando ogni modifica e favorendo il monitoraggio dello stato di avanzamento di ciascun capitolo, trattato, etc.
Eppure la partenza è stata in salita, come ha ricordato Emiliano Giovannetti, Scientific Manager dell’Istituto di Linguistica Computazionale “A. Zampolli” del CNR: “Considerata la mole del Talmud, era importante cominciare a riempire subito questa base di dati con delle traduzioni. Tuttavia, analizzando lo stato dell’arte, ci siamo resi conto che avremmo dovuto fare quasi tutto da zero, perché nessun altro progetto al mondo aveva mai previsto l’applicazione delle tecnologie della ricerca alla traduzione di un’opera così complessa”.
Partire da zero, ma con un imperativo categorico: “Non realizzare un software che fosse adatto solo al Talmud. E oggi, dopo sei anni di sviluppo, si può pensare di utilizzarlo anche per tradurre altri testi in altri settori. In questo senso, TRADUCO ha una forte ricaduta scientifica a livello di ricerca”.
Le tecnologie messe a punto partono dall’analisi automatica, cioè grammaticale, della lingua italiana. “Invece, per l’analisi della lingua ebraica antica e aramaica non c’era alcun supporto a disposizione e, con la linguista Alessandra Pecchioli, abbiamo cominciato ad analizzare la lingua sorgente. In particolare l’ebraico mishnaico – ha ricostruito Giovannetti –, che si presta maggiormente ad essere trattato come l’ebraico moderno, e i risultati sono buoni: il suggeritore può capire se ci sono parole che condividono la radice, se c’è similarità semantica”.
Analisi semantica, dunque. Ma anche stilistica: “Partiamo dal ciclo di vita delle stringhe o frasi atomiche. Tutte le modifiche che subiscono, fino alla forma finale che va in stampa, vengono registrate in una sorta di anagrafe incrementale, utile a prevedere quali sono le probabilità che un certo stile di traduzione passi indenne al vaglio del revisore”.
E le sfide non finiscono qui: “Stiamo costruendo una base di conoscenza talmudica – ha concluso Giovannetti –, per passare dal testo alla natura di ciò di cui parla, alla rappresentazione di elementi ontologici. Abbiamo iniziato coi Maestri del Talmud, suddivisi per tipologia, luogo di insegnamento (Terra di Israele o Babilonia), relazioni parentali, etc. Poi vorremmo dedicarci alla terminologia, agli eventi, alle entità nominate (persone, istituzioni, luoghi). Non un mero esercizio di stile, bensì un modo per potenziare la traduzione e agevolare sempre più l’accesso a un’opera fondamentale per l’ebraismo e per la storia europea degli ultimi mille anni”.
Daniela Modonesi
(Foto di Marco Caselli Nirmal)