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Identità – Come esercitare la Memoria

Meghillat Esther, Israel Museum, GerusalemmeRicordo dai libri d’arte che il Santuario di Vicoforte presso Mondovì, dove lo scorso inverno hanno trovato requie le spoglie mortali del re Vittorio Emanuele III rientrate dall’Egitto, è famoso nella storia dell’architettura per il fatto di sorreggere la cupola ellittica più grande del mondo. Essa fu eseguita nel primo Settecento, pochi anni dopo che il minuscolo Ducato dei Savoia divenne un Regno. L’edificio apre e chiude così la storia di una dinastia accogliendo una figura a sua volta… ellittica, nel senso di “mancante”. Fra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Torino è stato recentemente pubblicato un poema in ebraico e italiano, dedicato da un certo Diodato Segre a Carlo Emanuele I nel 1622. Questo ebreo di corte ebbe a lodare il casato ebraicizzandone il nome in Shevuyah. Pochi avranno allora apprezzato l’ironia. Il termine significa in realtà: “la prigioniera”! A 170 anni dallo Statuto Albertino e a 80 dalle Leggi razziste, il 16 febbraio scorso si è svolto presso la stessa Biblioteca Nazionale un convegno su “Religione e Democrazia”, promosso congiuntamente dalle Comunità valdese ed ebraica. Il professor Sergio Soave dell’ateneo torinese ha tenuto una approfondita relazione intitolata: “Dalle persecuzioni secolari alle lettere patenti: il doppio volto di una dinastia”. Ha ripercorso 250 anni di relazioni fra i valdesi e i Savoia dal 1532, anno del primo sinodo di Cianforan, fino alla Rivoluzione Francese. Ho così potuto confrontare le vicende della Comunità ebraica con una storia a tutti gli effetti parallela. Emanuele Filiberto, per esempio, stipulò con i valdesi un accordo che pose fine ad anni di eccidi nello stesso periodo in cui invitava gli ebrei sefarditi a stabilirsi nel Ducato per incentivarne l’economia. Dalla lezione è emerso in particolare come i rapporti fra la minoranza valdese e la casa regnante abbiano visto alternarsi sistematicamente atteggiamenti persecutori a periodi di distensione. Non estraneo a ciò è stato, secondo lo storico, il legame dei Savoia con la Chiesa cattolica. Il richiamo al trascendente da questa incarnato sarebbe stato indispensabile per giustificare il loro dominio su un territorio ristretto e anomalo, situato a cavallo di alte montagne e poco più. È noto d’altronde che quando si trattò di attuare nei nostri confronti la politica di reclusione nei Ghetti i Savoia furono fra gli ultimi regnanti in Europa a piegarsi al diktat del Papa: a Torino il ghetto fu istituito solo nel 1679, nel resto del Piemonte addirittura nel 1723. Anche la firma delle Leggi razziste da parte del re Vittorio Emanuele nel 1938 si colloca in questa lunga tradizione politica altalenante. Per quanto la ferita sia ancora aperta, è una delle tante nella nostra storia plurisecolare. Mi domando se le recenti polemiche conseguenti alla traslazione delle esimie esuvie non siano state sopra le righe. Me lo suggerisce anzitutto il concetto halakhico di kevod ha-malkhut, “dignità del regno” (cfr. Midrash Tanchumà, P. Miqqetz, 9). “H. parlò a Moshe e Aharon e li incaricò riguardo ai Figli d’Israel e al Faraone re d’Egitto, affinché facesse uscire i figli d’Israel dalla terra d’Egitto” (Shemot 6,13). Rashì si interroga sulla menzione speciale riservata al Faraone in questo versetto e spiega che “H. li incaricò di attribuirgli il giusto onore” in quanto re d’Egitto, ancorché si trattava di un persecutore. La Meghillat Ester riferisce con dovizia di particolari la tragica fine di Haman e dei suoi dieci figli, ma non fa alcuna menzione della morte del re Achashverosh, benché quest’ultimo avesse ratificato lo scellerato decreto di sterminio degli Ebrei promosso dal Primo Ministro in carica. Neppure il Midrash, che non lesina pesanti ironie e un giudizio negativo nei confronti del re di Persia, sembra interessato all’argomento. La Halakhah prescrive la recitazione di una apposita Berakhah alla vista di un re, anche non ebreo. L’obbligo sussiste persino nei confronti di un malvagio, perché la moralità del re passa qui in secondo piano rispetto all’onore e alla grandezza (kavòd u-gdullah) dovuti al suo rango. Lo scopo è anzi proprio rimpiangere gli antichi re d’Israel: “se tanta è la dignità che D. riserva a un re non ebreo, quanto maggiore sarà quella che Egli riserverà ai re d’Israel, possa il loro regno essere presto ripristinato” (Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 224, 8-9 e Kaf ha-Chayim ad loc.). Può ancora essere affermato che la caduta della monarchia nel 1946 ha già espiato per le mancanze del re. Senza ridurre le oggettive responsabilità di questi, trovo difficile pretendere che il popolo italiano ora rinunci ad onorare la figura di quello che, nel bene e nel male, fu Capo dello Stato per molti anni. E forse è una politica a lungo andare controproducente. Se dovessimo portare eterno rancore verso chi ha firmato contro di noi, smarriremmo ogni senso sociale. Meglio tacere e compatire. La Shoah non può diventare la misura di tutte le cose. “Non detestare l’Egiziano, perché ospite sei stato nella sua terra” (Devarim 23,8). Sono trascorsi 80 anni? Non dobbiamo dimenticare. Ma domandiamoci se noi più giovani esercitiamo la Memoria per sacro rispetto dei martiri del nostro popolo o se invece lo facciamo pensando alla nostra visibilità. In tal caso sarebbe più onesto voltare pagina. Il nostro futuro poggia su altre basi. Con il declino dei superstiti occorre rinforzare l’immunità? Ricordiamoci che l’antisemitismo è come il virus dell’influenza: ti vaccini contro un ceppo e l’altro ti aggredisce!

Rav Alberto Moshe Somekh, Pagine Ebraiche, luglio 2018