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…popolo

Una canzone cilena di qualche decennio diceva ossessivamente “Todo cambia”. La rese famosa Mercedes Sosa, una cantante argentina. E aveva ragione, tutto cambia, sempre. Lo diceva persino Eraclito.
Il cambiamento è necessario, perché è attraverso il cambiamento che si costruisce il progresso. E, tuttavia, il cambiamento può portare anche qualche regresso, e ciò potrebbe preoccupare.
Fino a qualche tempo fa si credeva che lo spirito umanitario fosse un valore, ora si apprende invece che si trattava solo di deleterio buonismo. Abbiamo sbagliato tutto. Rivoluzione del pensiero.
Fino a qualche tempo fa si credeva che gli intellettuali potessero contribuire, a loro modo, allo sviluppo della cultura e dello spirito sociale, ora si apprende invece che quello dell’intellettuale è un atteggiamento arrogante e sussiegoso, e ‘intellettuale’ è diventato un insulto. Meglio la beata ignoranza e l’incompetenza. Abbiamo sbagliato tutto. Rivoluzione.
Buonismo – ossia il sentimento di pietas – e intelletto sono diventati tabù, atteggiamenti da condannare per instillare nel popolo un nuovo spirito sociale e politico. In questa battaglia verso nuovi valori è in prima linea il nostro ministro dell’Interno. Se egli pensi di interpretare il sentimento popolare o se non si proponga invece come guida suprema e avanguardia di quel sentimento non è dato per ora sapere. Ci vorrebbe un intellettuale per capirlo. Ma gli intellettuali si sono dati alla macchia.
È con qualche sorpresa che la stampa nazionale ha scoperto ora che il disprezzo per il buonismo fu uno degli stadi della campagna fascista contro gli ebrei nel 1938. A quel tempo lo chiamavano ‘pietismo’: non si doveva provare pietà per gli ebrei. Si invitava il popolo a non provare troppi sentimenti buonisti nei riguardi di chi si era iniziato a perseguitare. Innanzitutto, gli ebrei additati a colpevoli di ogni male, poi il popolo reso insensibile al loro destino, quindi indifferente, o anzi favorevole, al loro isolamento e, di seguito, alla loro deportazione.
Nessun paragone fra epoche diverse. Oggi, infatti, non si sta parlando di ebrei, per nostra egoistica fortuna, ma qualche analogia nella strategia retorica di questa innovativa politica la si dovrà pur notare.
Mi trovo a usare di continuo il termine ‘popolo’ e vorrei invece scrivere ‘gente’, un termine meno politico. Ma non ci riesco, perché ho la sensazione che il primo indichi una massa influenzabile, convogliabile, che si vuol pensare unita per meglio manipolarla, mentre la ‘gente’ è una massa generica, non politicamente coesa, e ama pensare con la propria testa – o almeno ci prova, nel bene e nel male.
Sarebbe bello se questo paese ritornasse a essere un paese normale, dove i ministri non vogliono plagiare la gente ma si occupano di governare al meglio per il suo benessere. E dove gli intellettuali, arroganti come sono, ragionano su modelli di vita umani per la società in cui vivono, svolgendo il ruolo che compete loro senza doversene vergognare. Litigando fra loro, naturalmente, perché il pensiero unico non piace a nessuno, ed è il primo segnale della dittatura.

Dario Calimani, Università di Venezia