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DOSSIER – MONDIALI A TUTTO CAMPO Il gioco del calcio nelle parole di Umberto Saba, cinque poesie raccontano un sogno perduto

Umberto_Saba_1951_walking_in_TriesteIl calcio non è solo entusiasmo, non è solo impeto di energia. Talvolta è anche nostalgia, è rimpianto dei tempi andati, quando la macchina infernale del grande spettacolo non aveva ancora invaso tutto il campo, le squadre erano formate per lo più di concittadini, da compaesani, la festa era più semplice, ma forse proprio per questo aveva più sapore. Per niente avvezzo alla vita degli stadi, il poeta triestino Umberto Saba, forse la voce più vibrante della poesia in lingua italiana del Novecento, ha dedicato al gioco del calcio cinque poesie memorabili e commoventi. Saba era un grande che non aveva bisogno di complicazioni per volare in alto, sapeva come parlare al cuore dei più semplici. E difatti le cinque poesie continuano a tornare davanti agli occhi e sulle labbra di molti frequentatori degli stadi da cui ci si attenderebbe ben pochi interessi letterari. Chi le legge, chi ama ripeterle ai propri figli, vi trova un alito di quella spontaneità che una volta proteggeva i nostri stadi. Ma pochi sanno che dietro alla bellezza dei versi e alla civile testimonianza di un mondo da cui Saba rimase incantato pur guardandolo sempre da lontano, c’è la lacerazione nel cuore di una realtà ebraica alla vigilia della tragedia. Siamo a metà degli anni ’30 e Trieste, fiera dei propri mitici giocatori rosso alabardati, ancora orgogliosa dell’identità italiana conquistata al costo di indicibili sacrifici, è già spinta al declino e all’abbrutimento da un fascismo lì ancora più gonfio di odio e di violenza. Non passerà molto tempo perché Mussolini venga a tenere proprio sulla mitica piazza Grande aperta sul mare, il discorso che annunciava le Leggi razziste antiebraiche. Sono trascorsi 80 anni e molti, oggi come allora, vorrebbero rifugiarsi nel mondo del calcio per una manciata di minuti spensierati. Oggi come allora, anche se tante cose, tutto intorno, sono mutate, il miracolo degli undici fratelli che scendono in campo spalla a spalla, resta una favola ancora capace di restituire un momento di coraggio.

Guido Vitale, Pagine Ebraiche, luglio 2018

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SQUADRA PAESANA
Anch’io tra i molti vi saluto, rosso
alabardati,
sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.
Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose
sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari
soli d’inverno.
Le angosce,
che imbiancano i capelli all’improvviso,
sono da voi sí lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace:
il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.
Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V’ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente – ugualmente commosso.

FANCIULLI ALLO STADIO
Galletto è
alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.
Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.
Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.

TRE MOMENTI
Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi
che all’altra parte vi volgete, a quella
che piú nera s’accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.
Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia,
e all’erta spia.
Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun’offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

TREDICESIMA PARTITA
Sui gradini un manipolo sparuto
si riscaldava di se stesso.
E quando
– smisurata raggiera – il sole spense
dietro una casa il suo barbaglio, il campo
schiarí il presentimento della notte.
Correvano su e giú le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.
Piaceva
essere cosí pochi intirizziti
uniti, come ultimi uomini su un monte,
a guardare di là l’ultima gara.

GOAL
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.