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1938-2018

valentina di palmaScrive Enrico Acciai a proposito della deportazione di diciassette persone, provenienti da tre famiglie fuggite da Livorno nella piccola frazione del Gabbro a Rosignano Marittimo, che “quel composito gruppo si era formato grazie alla comune appartenenza agli strati più popolari della comunità ebraica cittadina”, provenienti tutti originariamente dalla Turchia a differenza di una quarta famiglia, di estrazione socioeconomica più elevata, anch’essa rifugiata nello stesso paesino e con cui però non vi furono mai contatti reciproci (Enrico Acciai, Gli ebrei tra sfollamento e deportazione, in In viaggio. Dentro al cono d’ombra, a cura di S.V. Di Palma e S. Bartolini, Salomone Belforte 2018, pp. 105-137, qui p. 119, in corso di pubblicazione). Così, il maresciallo dei carabinieri che con fascistissima solerzia procedette all’arresto di tutti e diciassette tra anziani, ragazzi, donne e bambini piccoli, dovette individuare nella quarta famiglia sfollata da Livorno, di orientamento più conservatore e vicina al regime, persone meno pericolose e di cui non ritenne necessario l’arresto (ivi, p. 137).
Rileva del resto Stefano Bartolini nello stesso lavoro che, se da un lato gli ebrei non locali, sfollati da altre zone, erano privi di reti amicali e parentali, isolati e facilmente riconoscibili, ancor di più lo erano quanti arrivavano da altri Paesi, non integrati nel tessuto socioeconomico territoriale – tanto che ad esempio delle oltre ottanta persone deportate dalla provincia di Pistoia non si contano appartenenti alle famiglie storiche pistoiesi, note e probabilmente in grado di attivare meccanismi di solidarietà e di salvataggio più degli ebrei di origine estera provenienti da lontano e forse anche meno capaci di comprendere la pericolosità della situazione (S. Bartolini, Note sulla Shoah italiana e nel pistoiese in In viaggio cit., pp. 91-104, qui pp. 100-101).
Anche tra le famiglie di origine italiana, d’altro canto, condizioni economiche più svantaggiose significavano minor possibilità di acquistare un documento di identità falso, o cibo in clandestinità, come essere ‘ospitati’ presso chi non lo faceva solo per umana solidarietà ma in cambio di denaro, o ancora poter pagare i passatori per tentare la fuga in Svizzera.
Fuggire dalla persecuzione era ancora più difficile, se stranieri o indigenti o entrambe le cose. Nel 1943-45, come nel 2018.

Sara Valentina Di Palma