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Società – L’Europa che dobbiamo raccontare

Dicono che l’Europa sia finita. Ma allora perché, quando ne parlo appassionatamente in pubblico, la gente applaude? Perché quando descrivo le pianure, i fiumi e le montagne di questa terra unica al mondo, gli ascoltatori hanno gli occhi lucidi? Perché si allarmano quando dico loro tutta la follia autolesionista di Brexit e spiego come il nazionalismo ci porterà alla rovina per la terza volta in un secolo? Ho un’unica spiegazione. Esiste uno spaventoso vuoto narrativo intorno all’Europa. Un vuoto che essi denunciano già con lo stupore dello sguardo. Lo sguardo di uno che quelle cose non le ha mai sentite prima. Lavoro da quattro anni come voce narrante in un’orchestra giovanile europea (www.esyo.eu) che assembla ragazze e ragazzi spesso figli dei Paesi più euroscettici del Continente, e ogni anno assisto alla medesima, stupefacente metamorfosi. Li vedo arrivare fieri ambasciatori della loro nazione e li vedo ripartire a fine tournée come festosi ambasciatori dell’idea europea. Non hanno rinunciato a un briciolo della loro identità nazionale. Si sono semplicemente limitati ad abbassare il livello del loro ego per suonare assieme. Questo vuol dire “sinfonia”. Hanno imparato ad ascoltarsi. A vivere le loro diversità come una risorsa. Sono diventati uomini nel giro di un mese. L’anno scorso abbiamo fatto alzare in piedi ottomila persone in totale per l’inno europeo che conclude ogni nostro concerto. Non c’è stato mai bisogno che dessi il segnale: il pubblico lo capiva da sé. L’omaggio era la logica conclusione delle parole dette sull’Europa fino a quel momento. Era un atto squisitamente politico che si compiva, potenziato da un’irresistibile onda emotiva. Eppure, in quel pubblico mancavano quasi sempre i politici. Quelli di destra, potevo anche capire. Ma quelli di sinistra, no. O meglio, lo capivo benissimo. Per calcolo, ci snobbavano. Si sa, un’orchestra di stranieri non porta voti, chi se ne frega del messaggio. Roba per idealisti. Meglio sostenere una filarmonica di paese. Le elezioni hanno mostrato dove porta questo cinismo saccente, questi calcoli, questa mancanza di coraggio, di visione e di empatia emotiva. Ma soprattutto questa totale assenza di passione per l’Europa. Un vuoto, come dicevo, narrativo prima che politico. Incapaci di narrare l’Europa con l’anima, essi hanno lasciato che un intero vocabolario antitetico a quello salviniano venisse svuotato di significato. Hanno perso le metafore, la mitologia, la sintassi e in certi casi la grammatica del discorso. Così, il demone è uscito dalla bottiglia e ora diventa quasi impossibile ricacciarvelo. E a pagare il conto di tutto questo non saranno loro, ma tutti noi. Parole come pace, solidarietà e accoglienza sono irrise, il soccorso ai naufraghi è diventato un lusso radical-chic, la negazione dei porti un atto di carità. Ma c’è un preciso vuoto semantico che ha consentito questa capriola. Sento anime belle lamentarsi dell’egoismo che dilaga: ma quanto pochi sono quelli che, in politica, narrano ancora l’Italia solidale? Sul web dilagano le urla contro un’invasione straniera che non esiste: ma per quanto tempo abbiamo taciuto su queste balle per non prendere la Rete contropelo? Ci lamentiamo che l’Italia sta ridiventando fascista: ma quanto sordi siamo stati di fronte alle paure delle periferie? Salvini riempie le piazze, ma quale vuoto di ascolto ha preparato tutto questo? Trionfa il “not in my backyard”, ma da quanto tempo glissiamo sul tema? Perché non sento un politico narrare l’Europa con la passione di un Adenauer, di un De Gasperi, di un Kohl o di un Prodi? Qualcuno capace di raccontare questa terra fertile di acque, di nevi e mari e montagne, questo spazio fertile circondato da steppe, deserti, guerre e dittature, questa terra unica al mondo dove i popoli del Sud e dell’Oriente vanno a spiaggiarsi da millenni e dove non esiste altra scelta tra la tolleranza e l’autodistruzione? Qualcuno in grado di declinare le nostre magnifiche radici cristiane insieme con il comandamento dell’accoglienza, o di celebrare Benedetto italianissimo santo d’Europa? Ho appena concluso un viaggio nei monasteri del Continente, e vi ho ritrovato tanti valori perduti, massacrati dalla modernità consumistica, valori che lì trovavano il loro ultimo, disperato rifugio. Cose inestimabili come convivialità, accoglienza, preghiera, canto corale, manualità, attaccamento ai luoghi, ritualità, lettura, cortesia, leadership attraverso l’ascolto. Persino la democrazia. E il silenzio, il grande guardiano di bocche sempre pronte a lanciare parole ostili. Ho trovato grandiosi presidi dello spirito circondati dal frastuono del nulla. Minacciati non da orde islamiche, ma dalla nostra corsa alla liquidazione di una civiltà. Parole nuove hanno invaso il campo e autorizzano i violenti a farsi giustizia da sé. Il tentato omicida di Macerata era un fan di Salvini, ma non è il solo episodio del genere. Questa settimana, alla stazione di Venezia due facchini-energumeni hanno bastonato in pubblico un ghanese che si era offerto di portare le valigie di una turista spagnola. E quando lei ha urlato: «In che Paese siamo?», questi hanno preso a testate anche lei, gridando «siamo nel Paese di Salvini». La polizia è intervenuta senza eccessivo entusiasmo, e c’era da capirla. Non s’erano mai viste forze dell’ordine costrette a sedare tumulti generati dai “proclami” del loro stesso ministro. Ci sarà pure un motivo per cui questo Paese asfissiato dai talk show, divorato dall’incuria, bastonato dalle burocrazie, deviato da servizi deviati, ostaggio di inamovibili gerontocrazie, azzoppato dalle camorre e dall’evasione fiscale, un Paese dove si picchiano gli insegnanti e la barbarie galoppa sul web, non pensa che ai gommoni. Siamo davanti all’orchestrazione del più colossale depistaggio della storia rispetto ai problemi veri dell’Italia e all’uso dei migranti per mascherare l’incapacità politica di governarne il flusso. O forse peggio: la mancata volontà di farlo. Un consenso che si fonda sul malcontento (il populismo è questo) non farà mai nulla per eliminarne le cause. Sono anni che con l’orchestra europea accompagno il declino accelerato dei nostri valori più autentici. Ma proprio per questo non posso mollare. Perché gli italiani hanno bisogno di parole nuove. Perché la gioia di questi piccoli orchestrali è da sola un balsamo per l’anima. Perché ho dei nipoti, e non voglio che un giorno mi dicano: «Nonno, perché hai taciuto?».

Paolo Rumiz, La Repubblica, 17 luglio 2018