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Narrativa – Déon il selvaggio anti-Sartre che sfidò il secolo breve

deonMichel Déon / PONY SELVAGGI / e/o

Abbiamo vissuto in mezzo alle fiamme, e ciò che avevamo di più caro è stato bruciato e inaridito»: se questa è la premessa che sputa lacrime e sangue di Pony selvaggi, la storia di amicizia, morte, amore, intrighi e vendetta che segue, non è da meno. La vicenda è quella di un legame indistruttibile tra il narratore in prima persona e quattro uomini (Georges Saval – francese come la voce narrante -, Horace McKay, Barry Roots e Cyril Courtney, inglesi dalla testa ai piedi): i loro destini sono intersecati fin dai loro studi a Cambridge nel ’38 e la Seconda guerra mondiale che vivono in prima linea. Sono tutti allo stesso tempo e in misura diversa, poeti, agenti segreti, giramondo fantastici, esteti sgargianti, eroi disinteressati e mai prevedibili, sfortunati in amore eppure amatissimi. Personaggi romantici che incontrano la Storia senza sconti e pietà, beffardi, mai intimoriti, come quelli che amava Michel Déon, il nostro autore (1919-2016), accademico di Francia dal 1979, scrittore snobbato nonostante l’indubbia capacità, e genialità, per le sue idee poco canoniche, di cui e/o ha iniziato con Pony selvaggi, appunto, a pubblicare i romanzi più importanti. Déon visse una vita fuori riga, mai compiacente con l’élite intellettuale, da conservatore quale era, non alieno però dall’indagare la forza ideale del comunismo e i suoi compromessi. Le sue posizioni ne fecero uno degli “Ussari”, quel gruppo di autori, insieme a Roger Nimier, Antoine Blondin e Jacques Laurent, che negli anni Cinquanta si contrappose alla visione esistenzialista della letteratura engagé tanto cara a Jean-Paul Sartre. Posizioni che lo condannarono a una sorta di marginalità. Eppure la sua scrittura magistrale, il suo ritmo, l’ottica onnicomprensiva, le invenzioni, ci inondano. Non c’è niente di miope nello sguardo di Déon. La poesia ci avvolge. Dai primi giorni spensierati all’università, le prime scazzottate coi guantoni e le prime ferite che cementano le amicizie, le prime discussioni su comunismo e nazismo, attraverso Londra martellata dai tedeschi, la prima fuga dal caos bellico nel New Forrest con una giovane ufficiale il cui destino è segnato (è lì, in quella radura che Georges vede i pony che scheggiano ai margini della foresta), via via verso l’incontro di Georges con Sarah – l’unica e per sempre amata, sopravvissuta a una famiglia di ebrei -, fino al massacro di Dunkerque e oltre. Figlio di una famiglia abbiente – il padre dirigeva i servizi di sicurezza del Principato di Monaco – Déon, che girò molto il mondo, compresa l’America dove fece un’amicizia ubriaca con Faulkner e Bellow, deve aver respirato fin da bambino il Grande Gioco. Tutto il libro ne è intessuto. Ci ritroveremo in una Firenze dorata dove gli amici a bordo di un bolide rosso si baloccano con l’ultima partita spensierata, a Positano, in una cittadina operaia dello Yorkshire dove Barry milita nel Partito mentre Horace è in Birmania sotto copertura. Georges intanto paga il suo primo scotto di giornalista intraprendente: avrebbe delle testimonianze preziose sul massacro di Katyn (dove l’intera classe dirigente polacca fu fatta fuori) da cui risulta chiara la responsabilità dei sovietici, ma nessuno gliele vuole pubblicare. Così come più tardi gli rifiuteranno il servizio sulla resa dei ribelli algerini ai francesi, e molto più tardi quello da Aden sulla spartizione del Medio oriente. (Argomenti che procureranno allo stesso Déon molte polemiche su questo romanzo). Ma non vi immaginate un romanzo di spionaggio. Pony selvaggi è un racconto che trasuda vita e disperazione, coraggio, esistenze perdute vissute in prima linea. Georges finirà guerrigliero in Yemen e poi ritirato in Irlanda, con i suoi pony. Intorno, in mezzo, al centro comprimari, uomini e donne, altrettanto forti e esausti, una natura che accompagna questi combattenti con la loro stessa durezza, la loro stessa dolcezza, specialmente in Grecia, Portogallo, e ancora Irlanda dove in effetti Déon visse la maggior parte della sua vita.

Susanna Nirenstein, La Repubblica, 24 luglio 2018