Matematica italiana
La stampa italiana ha riportato in questi giorni la notizia del conseguimento della prestigiosa medaglia Fields, principale premio mondiale per la matematica, ad un ricercatore italiano, Alessio Figalli, con cui si è subito complimentato il nostro presidente del Consiglio, sottolineando le competenze italiane nella formazione di brillanti ricercatori. Peccato che poi perlopiù i medesimi, quando non costretti ad andarsene, trovino comunque migliori opportunità di lavoro in altri Paesi, ed il “sistema di istruzione e formazione Italia” (sic), come lo ha definito il premier (chissà che cosa mai sarà, si mangia?) si lascia probabilmente sfuggire qualcosa se non riesce a trattenere, motivandole e valorizzandole, le menti argute giovani e meno giovani che nel nostro Paese studiano con profitto per poi andare altrove. Sarà un caso che l’unico altro italiano ad avere ottenuto la medaglia Fields, il professor Enrico Bombieri, lavori da tempo negli Stati Uniti.
Comunque sia, mi piace pensare che la medaglia Fields, assegnata per la prima volta nel 1936 e poi con regolarità ogni quattro anni dal 1950 dopo la parentesi degli anni bui del Secondo conflitto mondiale, se ci fosse stata, sarebbe stata vinta da diversi importanti matematici che hanno attraversato la storia del nostro Paese. Primo tra tutti, il combattente risorgimentale Luigi Cremona, amico del garibaldino Benedetto Cairoli e fratello del celebre pittore scapigliato Tranquillo (il quale come tanti ebrei italiani poté entrare nel mondo dell’arte solo dopo l’emancipazione, e lo fece sposando le correnti più moderne e di avanguardia). Oltre ad essere un valido studioso Luigi Cremona, come molti altri aderenti di origine ebraica ai moti risorgimentali, aveva intuito l’opportunità di crescita democratica, di modernizzazione e di integrazione ebraica nel costituendo regno d’Italia dopo secoli di reclusione nei ghetti.
Così, avrebbe potuto ottenere la medaglia Fields Vito Volterra, attento lettore del caso Dreyfus in Francia, interventista democratico, al pari di tanti altri ebrei italiani, nella Grande Guerra, e raffinato ricercatore sollecito alle esigenze della società civile, sino a firmare nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Il Manifesto fu siglato, tra gli altri, dal professor Arturo Carlo Jemolo il quale durante la persecuzione nazifascista nascose le famiglie Falco, dal medico Giuseppe Levi padre di Natalia Ginzburg, dall’ebraista Giorgio Levi Della Vida, dalla scrittrice socialista Paola Lombroso Carrara figlia del criminologo Cesare Lombroso, dal critico letterario Attilio Momigliano, dal matematico Guido Castelnuovo anch’egli nato in una famiglia aderente ai moti risorgimentali ed ideatore dei corsi universitari clandestini per studenti ebrei a Roma, come rammentato dalla figlia Emma – a sua volta nota matematica, fautrice di un innovativo metodo pedagogico basato sulla realtà e sull’esperienza (Emma Castelnuovo, L’Università clandestina a Roma: anni 1941-’42 e 1942-’43, in Bollettino dell’Unione Matematica Italiana, Serie 8, Vol. 4-A, La Matematica nella Società e nella Cultura, 2001, n.1, pp. 63–77 ).
Vito Volterra morì, quasi solo, nel 1940, già ‘di razza ebraica’. Come solo morì l’anno seguente un altro celebre matematico, Tullio Levi-Civita. Tullio era figlio del noto giurista Giacomo Levi Civita, il quale in giovane età aveva seguito Garibaldi in Aspromonte, per poi distinguersi in battaglia nella terza guerra di indipendenza, riuscire a fare acquisire al Comune di Padova con una causa legale la cappella degli Scrovegni evitandone il degrado, amministrare proficuamente la città prima di diventare senatore ed infine dichiararsi interventista nella Prima guerra mondiale. Il figlio Tullio Levi-Civita iniziò invece ad insegnare giovanissimo all’Università di Padova, il cui dipartimento di matematica ne porta oggi il nome, prima di trasferirsi alla Sapienza da dove fu espulso a causa della legislazione razziale senza che nessuno dei suoi colleghi battesse ciglio. Membro delle più importanti accademie scientifiche nostrane e straniere, Tullio Levi-Civita fu uno studioso cosmopolita e poliglotta, come emerge dalle sue pubblicazioni, dai numerosi premi internazionali conferitigli, nonché dal ricchissimo epistolario che vanta anche una pluridecennale corrispondenza con Vito Volterra, nonché uno scambio epistolare con Albert Einstein: si scrissero, in tedesco, nel 1917 e poi di nuovo nel 1926, e Levi-Civita inviò al fisico tedesco pertinenti osservazioni e suggerimenti per l’affinamento della teoria della relatività.
Interventista dall’invasione tedesca del Belgio nella Grande guerra, in nome del diritto all’autodeterminazione dei popoli, era morto invece al fronte un altro giovane matematico, Eugenio Elia Levi, fratello di Beppo, anch’egli matematico e poi firmatario del Manifesto crociano. Moltissimi studiosi ebrei, ma anche moltissimi matematici ebrei e non, firmarono il Manifesto antifascista, contraddicendo la vulgata dell’intellettuale avulso dal mondo e dedito solo alle sue ricerche.
Si piegheranno però velocemente al fascismo, i matematici italiani ebrei e non, con l’eccezione di Vito Volterra ed in parte di Tullio Levi-Civita che giurò sì fedeltà al regime nel 1931 ma dopo travagliati tentennamenti – vana dichiarazione di fedeltà la sua, prontamente rimossa nel 1938. Tra la manciata di docenti universitari italiani i quali nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo e vennero quindi espulsi dagli atenei del regno vi furono anche il già menzionato Giorgio Levi della Vida, poi espatriato dopo la promulgazione della legislazione razziale, il chimico Giorgio Errera già firmatario del manifesto crociano, il giurista Fabio Luzzatto in seguito sopravvissuto alla Shoah dopo essersi rifugiato in Svizzera, l’antropologo criminale Mario Carrara già allievo di Lombroso e poi marito di sua figlia Paola menzionata poc’anzi.
Chissà cosa direbbe, di tutti loro, il “sistema di istruzione e formazione Italia”.
Sara Valentina Di Palma
(2 agosto 2018)