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In via della Reginella 25, a Roma, tra la Piazza del ghetto e la Fontana delle tartarughe, ha da poco aperto (o meglio, riaperto, perché già esisteva in una viuzza poco più in là) la galleria di lettere ebraiche Alefbet di Gabriele Levy. All’entrata, campeggiano proprio loro, le prime due lettere dell’alfabeto ebraico: Alef e Bet appunto. Così le presenta Catherine Chalier nelle “Lettere della creazione” (Giuntina):
Alef, “la lettera della pura unità, la lettera assente perché celata alla sensibilità dello sguardo umano, o anche la lettera ritirata in un passato immemoriale, assilla tuttavia, in modo straordinario, giorni e notti di coloro che la vita in seno alla bella immanenza di una molteplicità copiosa, ma senza orientamento, lascia smarriti e inquieti”.
Bet, “poiché meglio di tutte le altre lettere che si presentarono prima di essa, dall’ultima alla prima, seppe perorare con intelligenza la propria causa davanti all’Eterno, dicendo di costituire la prima lettera della parola ‘barùkh’ con la quale ogni creatura, In-Alto e In-Basso, Lo benedice, ricevette il privilegio di vegliare sull’inizio della creazione [la fonte è qui lo Zohar]. ‘Bereshìt barà Elohìm’ dice infatti la Torà, ‘In principio Dio creò’ (Gn 1,1). Ora questo favore pone fin dall’inizio la creazione sotto il sigillo della dualità e della separazione tra gli esseri, poiché la Bet è la seconda lettera dell’alfabeto”.
Unicità irripetibile e molteplicità, dunque. Così è anche nella bottega di Gabriele, dove ogni lettera è unica e differente da ogni altra. Ci sono lettere grandi e piccole, lettere di argilla e di vetro, di resina e gesso, ma anche lettere composte da materiali vari e spesso riciclati: carta di giornale, pietre, bastoncini di legno, orologi. Alcune lettere, se voltate, svelano una faccia sorprendete, altre si illuminano al buio. E poi ci sono anelli e ciondoli a forma di lettere, e persino lettere stampate su cuscini e borse. È possibile trovare affiancate una Bet come Big Bang, una Ghimel come “gamal” (“cammello” in ebraico) e una Dalet come Dalì. Poco più in là, ecco una Yod come Yerushalaim (Gerusalemme), Chet come “chalom” (sogno) e Tzade come Tzahal, l’esercito di difesa israeliano. È perfino banale da dire, qui in mezzo a un vortice colorato di lettere piene di rimandi e allusioni, ma davvero ce n’è per tutti i gusti.

Giorgio Berruto