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NARRATIVA Quattro madri e cinque generazioni di donne

quattro madriShifra Horn (traduzione di Sarah Kaminski) / QUATTRO MADRI / Fazi

Shifra Horn è un’autrice israeliana dal curriculum lungo e vario. Nata nel 1951 a Tel Aviv, si è laureata in studi biblici e archeologia e più tardi in comunicazione di massa, ha pubblicato numerosi romanzi racconti e saggi ma ha anche fatto parte di organizzazioni e istituzioni israeliane, si è battuta pubblicamente per la pace ed è stata corrispondente dal Giappone del quotidiano Maariv per alcuni anni. Per qualche implicita ragione una formazione così densa e ricca mi sembra affiori nel romanzo del 1996 che ora il suo editore italiano, Fazi, propone nella buona traduzione di Sarah Kaminski, Quattro madri. È un romanzo che apparentemente non ha nulla a che vedere con la politica e la situazione di Israele, ma esprime un attaccamento alla storia di quel travagliato piccolo lembo di terra e alla vita dei suoi abitanti che sembra nascere non solo dall’immaginazione romanzesca ma da indagini e riflessioni molto appassionate. Tutte al femminile, perché si tratta di una sorta di affresco epico e insieme intimo di cinque generazioni di donne: l’ultima, Amal, il cui nome significa “lavoro” oppure “fatica”, si sottopone appunto alla fatica, per trecentosettanta fitte pagine, di ricostruire la vita delle donne della famiglia che l’hanno preceduta. Sono donne particolari: donne – e madri – senza uomini, come se l’autrice avesse voluto raccontare la storia privata della sua terra, privata come lo è, o quanto meno lo è stata, la storia femminile, inscritta più nelle chiacchiere e nei ricordi familiari che nei pubblici annali. In questo caso i cento anni di genealogia che ripercorre Amal sono racchiusi in un piccolo spazio: quello del sandouk, «lo scrigno per la dote di metallo arrugginito» che stava ai piedi del letto della bisnonna Sarah. Carte scurite dal tempo e fotografie rovinate, ma non al punto che non se ne possa ricavare un racconto fiabesco. Fiabesca è infatti Sarah, la più bella della vecchia Gerusalemme, con i suoi lunghi capelli d’oro, il suo tempestoso amore per un “gentile”, il fotoreporter americano Edward, e le sue pozioni magiche a base di petali di rosa, che è la vera protagonista della storia. Sua madre Mazal le ha gettato, con un matrimonio segnato dalla sventura, una sorta di maledizione: ogni sua discendente partorirà una femmina, che alleverà da sola, senza la presenza del padre. L’ultima, la narratrice Amal, ha un figlio maschio: la maledizione si è interrotta e lei può raccontare le vicende di quella strana stirpe femminile di figure dalla forte e disubbidiente personalità. Forte è la bisnonna, che alleva i figli in mezzo a difficoltà, rese ancora più feroci dalla intermittente presenza del suo amore straniero, determinata è la nonna Pnina Mazal, che ha il dono delle lingue che talvolta la spinge verso il bene talvolta verso il male, e audace è Gheula, la madre, allevata da una balia araba, che una volta adulta sarà una irriducibile attivista politica prima di diventare temibile avvocato difensore di ogni oppresso. Shifra Horn miscela in una pozione sapiente e un po’ magica, come l’acqua di rose di Sarah, la logica delle fiabe, con il suo frenetico e misterioso accavallarsi degli eventi, e il realismo impietoso con cui racconta malattie, violenze e morti, ma anche aspetti della vita materiale e della vita rituale ebraica, come il bagno di purificazione a cui devono sottoporsi le donne prima del matrimonio, pratica religiosa e insieme esperienza molto particolare del corpo femminile. Ma il suo stile narrativo non ha molto a che vedere con il realismo magico sudamericano, soprattutto perché qui in scena sono appunto soltanto donne, il cui eroismo si manifesta nei gesti quotidiani della sopravvivenza, nel piccolo spazio della casa e del quartiere, nella lotta personale per accogliere l’amore e non soccombere al dolore e alla fatica, nel difendere le proprie scelte e idee dal mondo circostante e dai vincoli della tradizione. Si manifesta anche, e forse soprattutto, nell’avventura della maternità, che è felicemente raccontata con quel tanto di primordiale e potente che ne costituisce l’essenza profonda. Non che non ci sia la storia, con tutte le sue minacciose maiuscole, nella vita di queste donne-madri, impossibile parlare della terra d’Israele senza che la storia intervenga. Ma la prima guerra mondiale, la conflittualità con gli arabi, la difficile indipendenza dagli inglesi si rovesciano come una perturbazione climatica nella già perturbata vita quotidiana e, anzi, sembra che Shifra Horn abbia voluto raccontare cent’anni di solitudine di queste quattro donne ebree mettendo tenacemente l’accento sul battito ora regolare ora aritmico delle emozioni, quel battito che la storia e la politica, ieri come oggi, spesso e sbadatamente ignorano.

Elisabetta Rasy, Il Sole 24 Ore Domenica, 19 agosto 2018