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Costantemente connessi

francesco-bassanoColoro nati negli anni correnti o che nasceranno nei prossimi non saranno mai probabilmente granché consapevoli di com’era il mondo prima dell’avvento di internet e dei social network. A differenza di quelli della mia generazione, o delle precedenti, i quali invece hanno ben avvertito questo passaggio. In futuro saremo forse maggiormente in grado di confrontare i due casi, e di comprendere i risvolti di esistenze cresciute a contatto con una realtà virtuale onnipresente. Considerare le nuove tecnologie con un approccio “apocalittico” o “neo-luddista” è comunque insensato, se non quasi deleterio. Gli aspetti potenzialmente positivi di queste, con dei limiti e il dovuto raziocinio, sono inconfutabili. Ma altrettanto evidente è la demenza digitale e che ci circonda.
In un viaggio in treno vent’anni fa era più facile incontrare persone che parlavano col primo sconosciuto, o leggevano un libro o un quotidiano, adesso lo scenario quasi indistinto e di tanti individui con davanti il proprio smartphone o laptop. Vero, magari su quegli schermi potrebbero essere visualizzate le Metamorfosi di Ovidio, o vengono scambiati messaggi con la persona che ci sta aspettando alla stazione nella quale scenderemo, o si scrivono delle impressioni sul panorama fuori dal finestrino. Un po’ ingegnosa come idea ma non è sempre da scartare.
In ogni caso è fuor di dubbio che il nostro essere costantemente connessi è una fuga da noi stessi, dal nostro intimo dunque, e dagli altri. Da hamor, da ignorante, credo che il senso di questi giorni tra Rosh HaShanà e Kippur sia anche questo: un incontro con quell’Io, che tante volte, chissà per distrazione, dimentichiamo e non conosciamo abbastanza.

Francesco Moises Bassano

(14 settembre 2018)