Orchestra filarmonica della BBC,
alla guida l’israeliano Wellber

Da Venezia al Regno Unito, dalla Fenice alla BBC. È di queste ore la notizia che a partire dall’autunno 2019 Omer Meir Wellber, il giovane, entusiasta e apprezzato direttore d’orchestra israeliano che nel marzo del 2016 aveva diretto il concerto che apriva le celebrazioni per il cinquecentenario dell’istituzione del Ghetto di Venezia, dirigerà la prestigiosa Orchestra filarmonica della British Broadcasting Corporation. Dal 2009 direttore musicale della Raanana Symphoniette Orchestra, fondata nel 1991 per aiutare l’integrazione degli ebrei immigrati in Israele, Wellber è da sempre molto impegnato nell’attività educativa con giovani e giovanissimi musicisti: ambasciatore dell’organizzazione non-profit Save a Child’s Heart, che ha sede in Israele ma si occupa della chirurgia cardiaca praticata ai bambini dei paesi in via di sviluppo, è anche il fiero iniziatore e cofondatore di Sarab – Strings of Change, progetto che offre una formazione musicale ai giovani delle comunità beduine del deserto del Negev, a Rahat. Va ricordata poi la sua collaborazione con la Gewandhausorchester di Lipsia, la Staatskapelle di Dresda, la Swedish Radio Symphony Orchestra, e la London Philharmonic, oltre che con la Tonhalle-Orchester di Zurigo e la Berlin Radio Symphony Orchestra, oltre alla direzione di opere liriche. Assistente di Daniel Baremboim sia alla Berliner Staatsoper Unter den Linden che alla Scala di Milano dal gennaio 2020, poi, sarà direttore musicale del Teatro Massimo di Palermo.
Riproponiamo qui l’articolo pubblicato nello speciale che Pagine Ebraiche ha dedicato al cinquecentenario dell’istituzione del Ghetto di Venezia, nel marzo 2016.
Alla Fenice per ascoltare la grande sinfonia
La Fenice è un’istituzione, centrale nella storia più recente di Venezia e importante per chiunque ami la musica, un teatro che porta un nome dal valore simbolico forte. Le immagini dell’incendio che 20 anni fa fece pensare al mondo che non ci fossero possibilità di salvare uno dei teatri più belli e la storia della rinascita dalle sue stesse ceneri hanno una portata che entra immediatamente in risonanza con la riscoperta e la fama che il ghetto di Venezia sta avendo in tutto il mondo in occasione del cinquecentenario della sua istituzione. “Aprire le celebrazioni è per noi motivo di orgoglio, e un appuntamento immancabile, cui abbiamo aderito immediatamente e senza alcuna esitazione”. Sono le parole di Fortunato Ortombrina, direttore artistico del teatro, che con pacata sicurezza sottolinea come si tratti di un’occasione la cui rilevanza va ben al di là del legame con la città e con la comunità ebraica: “Stiamo parlando di storia della civiltà e dell’umanità – continua – di eventi la cui importanza travalica qualsiasi confine”. Già da tempo la Fenice dedica una serata speciale al Giorno della Memoria, un concerto il cui programma viene studiato con cura e attenzione ogni anno, “Ma per questa occasione abbiamo preso in considerazione diverse possibilità, è stato subito chiaro che dovevamo sforzarci di andare più in là, di guardare più lontano. Abbiamo voluto scegliere qualcosa che avesse una portata universale, così anche se con il Maestro Wellber abbiamo preso in considerazione varie opzioni la scelta è caduta quasi naturalmente sulla Sinfonia in Re maggiore di Gustav Mahler, la prima. Non celebra solo il rapporto con la natura, incorpora sapori e sonorità popolari che riportano all’idea di una Europa grande, dall’identità definita”. Quasi un augurio e una speranza, che Ortombrina esprime in assoluta consonanza con Omer Meir Wellber, il giovane direttore d’orchestra israeliano che, in Italia da otto anni, ha da tempo stabilito un felice e stabile rapporto con l’orchestra della Fenice. “L’ho trovato a Bassano del Grappa – ricorda il direttore artistico – era lì per dirigere l’Aida. Introdotto gradualmente nel teatro ha confermato la mia prima impressione: è curioso, vitale, vivace, bravissimo nel coinvolgere le persone con cui lavora e fare gioco di squadra”. Un entusiasmo che si specchia nelle parole di Wellber, il giovane Maestro israeliano che ha ormai imparato a esprimersi in un italiano scorrevole che mostra come l’ambientamento sia completo: “Sono stato accolto meravigliosamente dalla Fenice. Sono in Italia da otto anni, ma la proposta di venire a Venezia mi ha fatto sentire come se mi avessero offerto una gita a Disneyland. Vivere qui è difficile, certo, i tempi sono lunghi e tutto è più complicato, ma così come ci sono dei lati negativi ce ne sono anche di positivi, come in ogni cosa”. Entusiasta dell’orchestra, che considera una delle migliori in Italia, nonostante non sia pienamente riconosciuto il suo valore, Wellber – considerato uno dei giovani direttori d’orchestra più di talento della sua generazione – è stato assistente di Daniel Baremboim sia alla Berliner Staatsoper Unter den Linden che alla Scala di Milano. “Vivere a Venezia impone delle limitazioni alla vita quotidiana, spostarsi è più lento, e un poco più faticoso, e il modo di vivere condiziona la musica, e anche la vita dell’orchestra. I musicisti qui sono abituati ai tempi lunghi, hanno più pazienza, lasciano più spazio al tempo, all’ascolto, e in definitiva all’atmosfera. Si adattano alle condizioni della vita di tutti i giorni”. E non si tratta solo di tempi: nelle giornate molto umide gli strumenti non tengono l’accordatura, non è possibile lavorare come da routine, bisogna adeguarsi e accettare le condizioni, ma, dice Wellber “poi esci dalle prove e ti trovi nella magia della nebbia veneziana…”. Non c’è mai un concerto come un altro, spiega, ma il valore del lavoro del musicista forse può essere anche questa capacità di adattarsi, e di adeguarsi alle limitazioni del luogo.
“Per questa occasione cercavamo un pezzo importante, che facesse già parte del repertorio dell’orchestra e che però fosse abbastanza rappresentativo… ci siamo arrivati rapidamente: la scelta era ovvia: la prima di Mahler è una grande sinfonia, importante nella storia dell’ebraismo moderno. Porta a problematiche moderne, c’è dentro tutto, dalla visione laica della vita a Israele, dal fascismo al kletzmer. Quasi sempre i progetti giusti sono giusti fin dall’inizio, e così è stato per questo”. Dal 2009 direttore musicale della Raanana Symphoniette Orchestra, fondata nel 1991 per aiutare l’integrazione degli ebrei immigrati in Israele, Wellber è anche molto impegnato nell’attività educativa dei giovani musicisti: ambasciatore dall’organizzazione non-profit Save a Child’s Heart, che ha sede in Israele ma si occupa della chirurgia cardiaca praticata ai bambini dei paesi in via di sviluppo, ed è il fiero iniziatore e cofondatore di Sarab – Strings of Change, il progetto educativo che offre una formazione musicale ai giovani delle comunità beduine del deserto del Negev, a Rahat. “Avevo bisogno di cose belle da raccontare, perché come tutti gli artisti israeliani ho questa caratteristica in più: in maniera del tutto scollegata da chi sono io e dalle mie opinioni io sono considerato un portavoce del mio paese. E avevo bisogno di argomenti che non portino immediatamente a discutere di politica. Mi sono impegnato a fondo in cose belle, e importanti, che mi diano anche un argomento positivo di cui raccontare”. Non evita gli argomenti controversi, né la politica, Wellber, che tiene molto a sottolineare come il cinquecentenario del ghetto di Venezia non sia un’occasione da celebrare: “È un anniversario importante, ma va assolutamente ricordato che si tratta di un argomento complesso”. Una storia triste, che porta a memorie cupe, ma anche una considerazione di cui non si può non tenere conto: “La forzatura a cui furono sottoposti gli ebrei del ghetto di Venezia, la stessa che ovunque limitava la libertà di movimento degli ebrei, e non solo quella, è forse anche la ragione per cui l’ebraismo è l’unica religione, fra quella antiche, che non si è persa per strada. Spero se ne parli. Non siamo più chiusi nei ghetti, questo possiamo festeggiarlo, ma come sempre nell’ebraismo le cose non hanno mai una lettura univoca. E l’antisemitismo moderno è un argomento di cui non si deve smettere di parlare”.
Ada Treves
twitter @ada3ves
(7 ottobre 2018)