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Reagire prima

valentina di palmaIo una domanda l’avrei, dice uno studente in conclusione dell’incontro organizzato dall’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia presso il Liceo scientifico cittadino, alla presenza di chi scrive e del collega e amico Stefano Bartolini: mi chiedo che cosa avrei fatto io, se avrei trovato la forza di aiutare e cercare di salvare gli ebrei braccati dalle forze di polizia italiane, dai repubblichini, dalle bande degli sgherri fascisti e dai soldati tedeschi. Io, se avessi avuto famiglia, dei figli, per paura di ritorsioni, avrei trovato la forza di reagire o sarei rimasto a guardare – insieme alla gran parte della popolazione, quelli che Raul Hilberg per primo ha individuato come ‘spettatori’, bystanders, ovvero quanti non erano carnefici direttamente ma piuttosto indifferenti a quanto avveniva sotto i loro occhi?
Interessante che il liceale abbia provato ad identificarsi con il paradigma del giusto, che oggi ha sostituito, ricorda Bartolini, il prima paradigma del combattente ed il successivo della vittima. È una categoria utile alla riflessione storica o esula da essa, per rispondere piuttosto a consolatorie esigenze di valori morali in una società frammentata e allo sbaraglio, dopo il fallimento dei partiti politici strutturati e della fiducia nelle istituzioni, riprendendo recenti riflessioni di Marta Baiardi?
Oggi vorrei tornare a parlare con quel ragazzo, approfondire alcune delle risposte che ho avanzato, chiedergli piuttosto secondo lui perché il momento delle scelte per la gran parte degli italiani non ebrei è arrivato solo nell’autunno del 1943, con la persecuzione fisica della popolazione ebraica, e pochissimi nella società civile hanno avvertito prima l’urgenza di fronteggiare l’ascesa del fascismo ed il suo trasformarsi, da movimento autoritario, in totalitarismo.
Prima, nel 1940 con l’entrata in guerra ed il silenzio per la reclusione degli ebrei stranieri presenti sul territorio italiano.
Prima, nel 1938, quando pochissimi hanno rifiutato le docenze universitarie in sostituzione dei colleghi ebrei espulsi dai regi atenei, quando non hanno pensato di uscire in massa, insegnanti e studenti, dalle aule scolastiche insieme a professori, ragazzi e bambini cacciati dalle scuole, di lasciare tutti gli uffici vuoti andando via al fianco di quanti da un giorno all’altro diventavano ex colleghi.
Prima, contro il razzismo di stato messo a punto con l’impresa coloniale del 1935-1936, e lo sfruttamento (anche sessuale, vedi quanto scrisse Indro Montanelli nella sua rubrica La stanza de Il corriere della sera il 12 febbraio 2000, Quando andai a nozze con Destà, p. 42) delle popolazioni locali.
Prima, non levando la propria voce contro il vergognoso compromesso dei patti lateranensi con cui ‘Sua Eccellenza il Signor Cavaliere Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo’, il pontefice e il re ratificanti, portavano il paese ad un ulteriore arretramento della democrazia rispetto alla libertà religiosa, mentre la chiesa cattolica veniva riconosciuta come unico ente autonomo nella formazione dei giovani tanto fondamentale per il consenso – ‘ I dirigenti delle associazioni statali per l’educazione fisica, per l’istruzione premilitare, degli Avanguardisti e dei Balilla, per rendere possibile l’istruzione e l’assistenza religiosa della gioventù loro affidata, disporranno gli orari in modo da non impedire nelle domeniche e nelle feste di precetto l’adempimento dei doveri religiosi’ (art. 37).
Prima, nel novembre 1925, dopo l’assassinio Matteotti e l’assunzione aperta delle responsabilità fasciste in gennaio, quando gli industriali non hanno rifiutato di prendere la tessera del partito e di essere così cooptati in un sistema che stava progressivamente stritolando la libertà e la coscienza civica degli italiani.
Prima, nel 1922 dopo la marcia su Roma, quando i più sono stati a guardare un movimento che della violenza politica verbale e fisica aveva fatto un credo e un metodo sin dalle sue origini, un sistema fondato sulla paura del diverso e sul presentarsi come unico antidoto a tale paura, un partito che stava costruendo il proprio razzismo, autonomo da quello nazionalsocialista, ed un antisemitismo autoctono peculiare.
Prima, ci sta dicendo in questi giorni la senatrice Liliana Segre, si poteva e si doveva reagire prima, allora come oggi.

Sara Valentina Di Palma