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Multiculturalismo, sfida attuale
Giuristi e avvocati a confronto

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Il livello di tutela della dignità umana come punto di partenza per valutare l’applicazione dei principi sanciti nella Costituzione e nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. “La nostra Costituzione è bella e grande. Ha un difetto: non è stata completamente attuata, nonostante la sua attualità” sottolinea Giovanni Maria Flick, già ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale, speaker della serata inaugurale di un convegno in tre giornate sul tema del multiculturalismo nei suoi diversi aspetti (“Controversial Multiculturalism”, il titolo dell’evento) organizzato a Roma dalla International Association of Jewish Lawyers and Jurists. Diverse le esperienze a confronto su un argomento di stretta attualità che investe ordinamenti giuridici e decisori politici, con relatori giunti da Israele, Stati Uniti, Europa. Tra i protagonisti del convegno romano l’ex giudice della Corte Suprema di Israele Salim Joubran oggi intervenuto sul significato speciale del suo ruolo di cittadino “israeliano, arabo, cristiano e maronita” nella massima istituzione giuridica di uno Stato ebraico. Una relazione in cui non sono mancate le osservazioni e le note critiche su come la minoranza araba è oggi percepita dalle istituzioni e dalla società.
La realtà italiana ha comunque segnato l’avvio dei lavori, introdotti ieri sera da Bruno Sed.
Come ricordava ancora Flick, impossibile scindere i 70 anni dalla Costituzione dagli 80 anni dall’entrata in vigore delle Leggi razziste. “La nostra Costituzione ha un significato anche alla luce del suo rifiuto di tutto ciò che il fascismo aveva incarnato: la soppressione dei diritti, il razzismo, l’antisemitismo”. Per questo, aggiunge il noto giurista, continua ad essere un presidio insostituibile. E il tempo “non ne ha indebolito il significato”.
“Il multiculturalismo è un tema che ci sfida, che ci incalza. In ogni valutazione, tenendo conto che esiste una varietà di casistiche con cui dobbiamo relazionarci, è fondamentale partire dai principi irrinunciabili. Dal concetto di dignità della persona che sempre deve essere al centro” ha osservato Giovanni Canzio, presidente emerito della Cassazione, nel suo saluto ai partecipanti al convegno.
“Scopo della nostra associazione – ha detto il suo presidente, Meir Linzen – è difendere non solo gli interessi del popolo ebraico, ma anche i diritti di tutti. Abbiamo scelto di parlare di multiculturalismo perché è tema di grande attualità, stretto com’è tra il nazionalismo imperante da una parte e le pulsioni del fondamentalismo religioso dall’altra. Un argomento su cui ogni riflessione sarà preziosa”.
Nel suo intervento la viceambasciatrice israeliana Ofra Farhi ha sottolineato la condivisione “di un destino e di molte sfide comuni”. Anche alla luce di un momento storico in cui le democrazia “devono stare in guardia da estremismo e terrorismo, salvaguardando al tempo stesso la loro natura democratica e il principio di uguaglianza”.
A seguire ha preso la parola la presidente UCEI Noemi Di Segni, che ha ricordato le responsabilità degli uomini di legge nella persecuzione degli ebrei italiani sotto il fascismo. “Un sistema giudiziario – ha affermato – deve essere permeato non solo di leggi, ma anche di una anima”. Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica romana, da poco tornata da un Viaggio della Memoria con le scuole, ha ricordato quanto esperienze del genere rafforzino “il bisogno e la sete di giustizia”. Il rabbino capo rav Riccardo Di Segni, citando rav Jonathan Sacks, ha spiegato come in ogni Costituzione che si fondi su determinati valori si senta “un forte accento ebraico”. Segno tangibile, ha proseguito, dell’immenso contributo che gli ebrei hanno sempre dato alla causa del diritto.

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Coordinata da Ruben Pescara, l’odierna ripresa dei lavori è stata segnata da molti e qualificati interventi. Tra gli altri quello del giudice Joubran, che ha espresso le sue rimostranze per la Legge sull’identità nazionale dello Stato approvata dal Parlamento israeliano la scorsa estate.
Una legge che, a suo dire, penalizzerebbe gli arabi israeliani e tutte le altre minoranze del paese. “Mi sento un cittadino di seconda classe” ha detto Joubran. “E non è solo questa legge a dirlo, lo confermano i numeri. Solo l’otto per cento dei dipendenti governativi è arabo. Solo il sei per cento svolge l’incarico di giudice. Eppure – ha affermato – siamo il 21 per cento della popolazione totale”. Per Joubran, che si è detto contento di essere cresciuto “in una città multiculturale come Haifa”, per un futuro di reale integrazione serviranno “maggior rispetto, tolleranza, empatia”.

(8 novembre 2018)