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Società – Storia, la crisi di un sapere che ci impoverisce tutti

Schermata 2018-11-08 alle 16.40.20Chiunque ricordi 1984, lo straordinario romanzo di George Orwell, ha certamente ben presente il Ministero della Verità, una delle quattro fondamentali articolazioni del regime. E certamente ricorderà, in particolare, lo speciale ufficio ministeriale che ha come compito quello di riscrivere continuamente libri, giornali e documenti del passato, in modo da armonizzarli costantemente con le decisioni e le politiche correnti del Grande Fratello. In quella perfetta utopia negativa, apoteosi del totalitarismo senza crepe, non è neppure pensabile una divergenza, sia pure minima o transitoria, rispetto all’esigenza fondamentale della granitica e preveggente coerenza del governo. Per questa ragione il passato va continuamente riscritto, in modo che sia sempre armonica prefigurazione, anticipazione e preparazione di ciò che il Grande Fratello va continuamente decidendo. La storia va dunque costantemente re-inventata modificata e adattata, cioè – in realtà – distrutta. Si potrebbe obiettare che George Orwell, sia, nonostante tutto, ancora imbevuto di fantasie illuministe sulla ragione e sul progresso, ingenuamente convinto che la storia possa costituire una istanza critica di fondamentale importanza per la libertà e le coscienze, e dunque uno strumento insopprimibile di democrazia, da cui il totalitarismo deve guardarsi, come da un nemico potente e pericoloso: vera «pietra d’inciampo » rispetto alle semplificazioni e all’oblio. Ma in realtà per la storia – intesa questa volta come disciplina scientifica – le cose non vanno più bene da tanto tempo. Da molti anni sembra perdere fatalmente terreno per quanto riguarda il suo status accademico, così come per quanto riguarda la considerazione pubblica. Confusa nell’incerto consesso delle discipline dette umanistiche, nella rappresentazione prevalente la storia ha assunto la configurazione modesta e anodina della più o meno indifferente narrazione del passato, di un passato che scorre via sempre più velocemente, troppo velocemente perché valga la pena ricercarvi ragioni, strutture, insegnamenti o memoria. Insomma, una passione innocua quanto inconcludente, da lasciare senza drammi ai pochi interessati. Certo non mancano le ricostruzioni ufficiali e le proclamazioni, i monumenti di parole a questo o quell’anniversario o i discorsi rituali sul suo essere condizione di libertà e di identità. Ma si tratta in genere di liturgie un po’ stanche, che non smuovono in realtà la convinzione assai diffusa che la storia, passione tollerabile in qualche specialista, non serva dopotutto a granché. Come disciplina insegnata nelle scuole poi, la storia sconta da anni e non solo nel nostro paese, una contrazione sensibile in termini di centralità e di ore di insegnamento, di specificità e di competenze. È questo, peraltro, un discorso di più ampia portata, per il quale è utile richiamare alla memoria un libro di qualche anno fa della filosofa americana Martha Nussbaum. Non per profitto, uscito in traduzione italiana con una bella introduzione di Tullio De Mauro, presenta una tesi di fondo chiara e semplicemente esposta. «stiamo assistendo a una crisi di portata globale e di dimensioni inedite, che è la crisi mondiale dell’istruzione: «Sono in corso radicali cambiamenti riguardo a ciò che le società democratiche insegnano ai loro giovani, e su tali cambiamenti non si riflette abbastanza». Sempre più attratti dall’idea del profitto, i sistemi scolastici dei paesi democratici stanno riducendo o accantonando precisamente quei saperi che sono indispensabili a mantenere viva la democrazia, e cioè «l’aspetto inventivo, creativo e quello di pensiero critico, rigoroso». Nei cicli di formazione primaria e secondaria come pure nelle università i saperi tecnico-strumentali vanno sempre più guadagnando terreno rispetto agli aspetti umanistici della scienza e della scienza sociale, alle «capacità di pensiero e di immaginazione che ci rendono umani, e che fanno delle nostre relazioni qualcosa di umanamente ricco, non relazioni di semplice uso e manipolazione». Non si tratta, evidentemente, di negare l’importanza decisiva dei saperi tecnico-strumentali, economici, medici, ingegneristici e così via. Il punto è che questo tipo di saperi non corre oggi alcun pericolo, nell’insegnamento, nella ricerca, nei finanziamenti e nelle rappresentazioni collettive. Né si tratta, sulla base del vecchio modello delle «due culture», di sostenere la tesi inaccettabile che le scienze hard e le scienze umanistiche siano in conflitto reciproco. È vero piuttosto il contrario, e cioè che le une arricchiscono e sostengono le altre. Il problema è invece costituito dalla rottura di questo rapporto di integrazione reciproca e dalla «dieta» decisamente squilibrata che i sistemi formativi dei paesi democratici tendono, su scala mondiale, a offrire ai propri giovani. Non vi è dubbio che la democrazia richiede il rispetto e la cura, l’immaginazione di una vita – propria e altrui – piena e ricca, la capacità di vedere le altre persone come esseri umani, come soggetti titolari di pensiero ed emozioni. È questa la prima condizione senza la quale non si dà alcuna possibile solidarietà. Razionalità economico- strumentale non implica necessariamente sviluppo. Vi è, in questo mondo sottoposto ad un mutamento sociale e culturale mai così accelerato, radicale e imprevedibile, una formidabile domanda di senso, alla quale la strumentalità scientifica e tecnologica non può, da sola, fornire risposte. A casa nostra, è notizia di questi giorni che la Circolare MIUR n. 3050 del 4 ottobre 2018 circa le nuove norme della prima prova scritta dell’esame di maturità, prevede la cancellazione del tradizionale tema di storia. Una nota di protesta da parte di alcune società di storici, lamenta che questa decisione «sembra seguire un percorso di marginalizzazione della storia nel curriculum scolastico, già iniziato con la diminuzione delle ore d’insegnamento negli istituti professionali. Si tratta di un’immotivata novità che riduce di fatto la rilevanza della Storia come disciplina di studio in grado di orientare i giovani nelle loro scelte culturali e di vita. Svilire in questo modo la specificità del sapere storico nella formazione scolastica significa inoltre accelerare, forse senza rendersene conto, un processo già in atto di riduzione del significato dell’esperienza del passato come patrimonio di conoscenze per la costruzione del futuro». Eliminando il tema di storia, ha scritto un noto storico italiano, «si dà un colpo violentissimo alla colonna vertebrale della nostra identità, della nostra coscienza civica». Intanto, per concludere ma senza troppo sorridere, ecco la registrazione quasi stenografica di un esame di ambito storico-giuridico, svoltosi qualche settimana fa in una rispettabilissima facoltà dell’ateneo romano. Agli esaminatori, che non si fa fatica a immaginare sgomenti, una studentessa racconta della crisi – in Germania – dei social democratici. Proprio così: dei social democratici. L’idea che la cosa possa avere a che fare, in realtà con i socialdemocratici – intesi come partito, movimento o ideologia – sembra non sfiorarla nemmeno.

Enzo Campelli, sociologo
Pagine Ebraiche, novembre 2018