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Chanukkah…

“Ve Josef hurad mitzraima – e Giuseppe scese in Egitto” (Bereshit 39; 1)
La sofferenza del popolo ebraico inizia con la discesa di Josef in Egitto e tutto ciò che ne deriva da quel momento, nel corso dei secoli.
Nonostante i vari pericoli della Golà, Josef, chiamato per questo “tzaddiq”, non nasconde mai la sua reale condizione di ebreo “na’ar ‘ivrì anokhi – sono un fanciullo ebreo”, mettendo a repentaglio la sua vita, in mezzo ad una nazione pagana come quella egizia.
La parashà di Va Jeshev cade sempre o quasi, in concomitanza della festa di Chanukkah, in quanto il comportamento di Josef in Egitto esprime tutto il legame con le tradizioni vissute dai nostri padri.
Cosa ci ricorda realmente la festa di Chanukkah? O meglio: qual è la sua essenza, il suo profondo significato?
Se pensiamo a Yom Kippur, facciamo riferimento alla teshuvà;
Se pensiamo a Pesach, facciamo riferimento alla libertà;
A Shavu’ot, la Torah;
A Purim, il mantenimento fisico del nostro popolo.
Il significato e l’essenza della festa di Chanukkah non sono altri che l’ebraicità.
Se dovessimo dare un appellativo alla festa, la chiameremmo “zeman jahadutenu – il tempo della nostra ebraicità”.
L’essere ebrei, secondo ciò che per noi rappresenta Chanukkah ci viene spiegato, comprendendo tre cose fondamentali:
1 – La prima strada è comprendere che noi non viviamo soltanto attraverso l’esclusiva realtà. Secondo l’opinione del rabbino Shlomò Avinèr, questo concetto è uno degli insegnamenti più profondi della festa. Se Giuda Maccabeo avesse riflettuto, pesando i suoi passi, soltanto sulla realtà, non avrebbe mai reagito al potere ellenico in quel modo. Il popolo però non si associò a lui fintanto che non cominciò a percepire le prime vittorie: essi erano realisti e non riuscivano a comprendere che un piccolo popolo, nemmeno preparato militarmente, riuscisse a sconfiggere il temuto esercito di Antioco Epifane.
I Maccabei combatterono contro ogni tipo di realtà: questa non è l’unica vittoria degli ebrei che va contro la realtà, moltissimi casi – anzi tutti – hanno questa peculiarità. La vittoria per gli ebrei, si può ottenere, oltre che con la tenacia, anche con la fede in D-o.
2 Essere ebrei significa esssere diversi; significa essere pronti a vivere di fronte ad importanti e numerose popolazioni, ben più “potenti” di noi che a volte, ridono e deridono delle nostre usanze e del nostro comportamento. In quel periodo gli ebrei si assimilavano alla cultura della maggioranza; si associavano agli sportivi ellenici, spogliavano i loro corpi (si denudavano secondo l’uso dei greci di fare ginnastica) e si vergognavano di mostrarsi circoncisi, proprio per timore di apparire diversi e, per questo essere derisi.
L’insegnamento che la festa vuole darci è quello che l’ebreo deve essere pronto a considerarsi diverso da chi e da ciò che lo circonda.
Egli deve esser pronto a consumare da solo i suoi pranzi di lavoro, per osservare le regole della casherut; deve essere pronto a osservare, anche in occasione di lavoro pubblico, lo shabbat e le sue festività. Davanti a un mondo globalizzato distinguersi per la moralità e le opere di bontà.
L’ebreo ha quindi il dovere di imparare dalla festa di chanuccà ad essere se stesso e non copia di altri.
3 La festa di Chanukkah ci insegna che ogni ebreo deve elevarsi al di sopra della mischia e distinguersi per mantenere vivo quel lume che ha dentro di se, per mantenere vivo il nome del suo popolo secondo l’insegnamento di chi ci ha preceduti.
Nella parashà che leggeremo il prossimo shabbat (sesto giorno di Chanukkah) troveremo narrato che Giuseppe volle mangiare (prima ancora di farsi riconoscere) con i suoi fratelli.
A tal proposito troviamo scritto che Giuseppe e i suoi fratelli mangiavano iniseme e gli egiziani mangiavano separati da loro perchè era abominevole mangiare insieme ebrei ed egiziani.
Nonostante l’incarico di Josef fosse di altissima levatura politico – sociale, egli non esitava ad osservare le regole che appartenevano alle sue tradizioni. Questo è anche il motivo per cui viene definito “tzddiq – giusto”.
“Ve ‘ammekh cullam tzaddiqim – Il tuo popolo è formato da tutti tzaddiqim” dice il Profeta Isaia (cap.60 v.21), quindi tutto ciò non può né deve essere un optional, ma l’impostazione morale della nostra identità, per poter sconfigere ogni “ellenismo” passato e soprattuto futuro che metta a repentaglio la nostra esistenza e l’identità del nostro popolo.
Shabbat shalom e chag urim sameach.

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna

(30 novembre 2018)