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Machshevet Israel – Leggi, Halakhah, coscienza: i doveri della nostra vita

Cosimo Nicolini CoenLa nostra quotidianità è attraversata da doveri e obblighi di vario genere. Dalle prescrizioni che discendono dalle leggi dello Stato di cui siamo cittadini, per esempio l’Italia, a quelle – in forma di precetti – che contraiamo nel momento in cui nasciamo ebrei e passiamo alla maggiore età halakica o allorché se ne accetti per ghiur la responsabilità dell’osservanza. Nel primo caso la fonte autoritativa è rappresentata dalle istituzioni statali – a loro volta legittimate dalla Costituzione; nel secondo dalle autorità halakiche riconosciute – a loro volta legittimate da quella catena che, secondo i Pirqé Avot, discende da Mosé. Le differenze sono evidenti: la Costituzione si richiama a un atto di volontà popolare, nato dalla guerra di liberazione dal nazifascismo; l’Halakhà, in ultimo, al Matan Torah. Tuttavia, a uno sguardo meno ravvicinato, ossia distante dai contenuti di merito, sarà possibile coglierne le analogie (a livello concettuale, non storico): in ambo i casi prescrizioni e precetti provengono da un’entità a noi esteriore, che sia lo Stato con i suoi testi fondativi oppure l’Halakhà, con il suo presupposto riferimento al Nome. Tale analogia, ancorché parziale, permette per contrasto di scorgere un’altra possibile fonte di doveri e obbligazioni: quella, come si suole dire nel linguaggio comune, della nostra coscienza, indipendente da un ordine esterno. La distinzione è resa celebre dallo scontro tra nomoi che si consuma nell’Antigone di Sofocle. Tuttavia non è necessario spingersi a una situazione di antinomia. Prendiamo un esempio della vita quotidiana ordinaria: quando, prima di metterci a tavola, diamo ascolto al miagolio del gatto e gli diamo da mangiare, stiamo osservando l’obbligo halakico di dare da mangiare al proprio animale prima di consumare il pasto (Berakhot 40, Gittin 62a) oppure stiamo reagendo con un moto spontaneo – magari forti del fatto che la nostra fame non è, poi, così lancinante – alla richiesta del gatto in questione, così osservando non già un obbligo prescritto bensì un’obbligazione sentita in foro interiore? E, in questo secondo caso, è qualcosa come la nostra coscienza a dettare legge o non è piuttosto un altro essere vivente – il gatto – a fare irruzione, con la sua richiesta, nella sfera della nostra identità imponendoci, attraverso la percezione (ne udiamo il miagolio così come ne percepiamo al tatto lo strofinamento sulle gambe), un’obbligazione – a cui sempre si può decidere di non dare seguito – altrimenti non esistente? In quest’ultimo caso, dunque, gli obblighi prescritti da un’autorità e ciò che siamo soliti chiamare l’obbligazione percepita ‘in coscienza’ non rimanderebbero a un genere di fonte autoritativa, rispettivamente, esterna e interna. Piuttosto saremmo di fronte a differenti specie, o forme, di esteriorità – nel confronto con le quali, ossia decidendo se e come ascoltarle, si costituisce ciò che chiamiamo interiorità.

Cosimo Nicolini Coen