La nostra responsabilità

Schermata 2018-12-09 alle 11.53.02L’ultimo giovedì, quinta candela di Chanukkah, sono stato invitato a cantare a un evento dedicato al rapporto fra Israele e la Diaspora in memoria di Shira Banki, la ragazza uccisa nel 2015 nel gay pride di Gerusalemme. Per causa, (o forze grazie?) alla pioggia, l’evento è stato rimandato. Cosi, pensando alla pioggia a Gerusalemme ma anche e agli ultimi allagamenti a Roma e Venezia, mi sono recato, nelle mia dolce e calda casa a a studiare il significato della pioggia nell’ebraismo.
L’argomento della pioggia viene discusso tra le varie fonti anche nel trattato di Ta‘anìt, tradotto recentemente in Italiano dai traduttori del progetto Talmud (Giuntina editrice) e curato da rav Michael Ascoli. Nell’introduzione al trattato, rav Ascoli spiega che “la correlazione così netta e diretta fra meriti e pioggia o vero colpa e siccità ci sembra oggi appartenente a una dimensione lontana, propria di individui dalla statura non più eguagliabile; la dipendenza così forte dalla pioggia per la sopravvivenza, almeno per una parte della popolazione mondiale, ivi compresa quella che risiede in Israele, appare storia passata”, ma che nonostante questo gli uomini hanno un ruolo di fondamentale importanza nell’incidenza dei fenomeni naturali. Secondo il rav “è possibile che tutto ciò indichi la necessità di trasferire il rapporto con il divino a un livello maggiore di consapevolezza e responsabilità”.
Studiando il trattato ho trovato tre di responsabilità: quella dell’individuo che chiede la pioggia per sé e per la collettività, quella della popolazione ebraica in Diaspora e quella della popolazione ebraica in Erez Israel.
Mi spiego, Rabbì Eliezer, nel trattato di Taanit distingue fra il tempo in cui si ricorda la pioggia ed il tempo in cui la si richiede. La Ghemarà spiega che si ricordano i prodigi della pioggia nella benedizione sulla resurrezione dei morti e si richiede la pioggia nella benedizione in cui si prega per la prosperità degli anni (Birkàt haShanìm). La Halakhà è che gli ebrei in Diaspora devono ricordare la pioggia nello stesso giorno come quelli in Erez Israel, ossia della ‘Amidà di musaf di Shmini Azeret, ma richiedere la pioggia in un altro giorno. Mentre in Erez Israel la si richiede 15 giorni dopo Shmini Azeret, chi vive nella Diaspora inizia a richiederla nella nona benedizione della ‘Amidà, dalla sera del sessantesimo giorno dopo l’equinozio autunnale. Ossia, dal 4 dicembre negli anni comuni e dal 5 dicembre negli anni precedenti il bisestile (Tur e Shulchàn ‘Arùkh, Òrach Chayìm 117:1).
Nella Ghemarà viene usata però la parola Diaspora – “גולה” – senza la specificazione del posto. Secondo il Maimonide la regola secondo la quale bisogna richiedere la pioggia in Diaspora dalla sera del sessantesimo giorno dopo l’equinozio autunnale è valida solo nei posti vicini ad Erez Israel e alla Babilonia. In altri posti, la si deve richiedere secondo le condizioni climatiche del posto. Rabbi Asher ben Yechiel (Colonia, 1250 o 1259 – Toledo, 1327) sosteneva anche lui, come il Maimonide, che bisogna chiedere la pioggia in ogni posto secondo le sue condizioni climatiche. Quando vede però che la maggioranza non era d’accordo, decise di chiederla secondo la regola del sessantesimo giorno.
La questione è stata discussa anche più recentemente da rav Ovadia Yosef ZZL in un suo responsa riguardo gli ebrei in Argentina. il rav ritiene che la Halakhà è stata stabilita secondo le condizioni climatiche della Babilonia perché la maggioranza della popolazione ebraica viveva in quell’epoca lì e non in un altro posto.
Dal responsa di Rav Ovadia Yosef si impara un principio importante, molto rilevante, a mio avviso, alle discussioni degli Stati Generali dell’UCEI e al dibattito degli ultimi giorni. Il principio è semplice: il pubblico in Israele (הקהל שבארץ ישראל) è importante come la maggioranza della popolazione ebraica (כלל ישראל) che vive in Diaspora.
Oggi, lo Stato con il numero più alto di ebrei è Israele (circa 6.7 milioni) ma la maggioranza della popolazione ebraica si trova ancora in Diaspora (circa 7.7 milioni). Nelle azioni come anche delle nostre preghiere dobbiamo ricordare entrambi. Perché nei nostri giorni gli ebrei in Diaspora e gli ebrei in Israele sono legati inevitabilmente uno con l’altro. La stessa cosa vale per gli ebrei italiani in Italia e gli ebrei italiani in Israele. Le risorse e le energie dell’ebraismo italiano devono essere spese per entrambi perché, come ci insegna il trattato di Ta‘anìt, la responsabilità della continuità dell’ebraismo italiano con le sue tradizioni particolari è sia dell’individuo, sia degli ebrei in Italia e sia degli ebrei italiani in Erez Israel.

Michael Sierra

(9 dicembre 2018)