Gli anni di Vian all’Osservatore
Un confronto aperto e stimolante

Cambio al vertice de L’Osservatore Romano, l’autorevole e influente quotidiano della Santa Sede. Dopo undici anni di direzione il professor Giovanni Maria Vian lascia il timone del giornale vaticano ad Andrea Monda. Undici anni intensi, appena poco più dei dieci di vita di questa redazione. E un confronto che tra le testate, in questo arco di tempo significativo, è sempre stato aperto. Quando ci sono stati valori comuni da affermare, ma anche quando vi è stata profonda divergenza di idee e opinioni.
Fu proprio un colloquio con Vian ad inaugurare, sul “numero zero” di Pagine Ebraiche uscito nel maggio del 2009, la serie di interviste che ogni mese appaiono sul giornale. Si era allora in prossimità della visita di Ratzinger al Tempio Maggiore di Roma, secondo papa nella storia a varcarne la soglia. Il colloquio fu quindi l’occasione per approfondire il significato di quell’appuntamento, la sfida del Dialogo interreligioso con particolare riferimento alla realtà cristiana ed ebraica e la sfida delle identità alla prova dell’informazione.
“Un cattolico medio si meraviglia se viene portato ad affacciarsi su un mondo diverso. E forse accade anche a molti ebrei. Questo dimostra che la stragrande maggioranza delle persone vive ancora in mondi separati. Ma direi che c’è molto interesse – spiega Vian – ad ascoltare voci ebraiche”.
Un confronto che in questi anni è stato arricchente e stimolante su entrambi i fronti. Numerosi gli articoli prodotti da questa redazione (e persino una vignetta davvero speciale, dono di Enea Riboldi) che il quotidiano della Santa ha deciso di riprodurre per presentare una voce ebraica autorevole sui temi più disparati.
Pagine Ebraiche il giornale che Vian ha scelto per pubblicare in anteprima i suoi pensieri sulle due recenti visite dei papi in sinagoga: dopo quella di Ratzinger, la visita nel gennaio del 2016 di Bergoglio. Ed è sull’Osservatore Romano, in questo costruttivo scambio e laboratorio di idee, che il direttore della redazione giornalistica UCEI Guido Vitale ha espresso le sue valutazioni su questi storici incontri.
Mettendosi in discussione su diversi fronti, l’Osservatore Romano non solo è stato al gioco di una pagina parodistica (“L’Osservatore Nostrano”) contenuta all’interno di un nostro dossier speciale dedicato al Purim, ma si è più volte confrontato su temi spinosi e magari non graditi da una parte considerevole dei suoi lettori. Lo dimostra ad esempio un serrato confronto sull’identità di Edith Stein aperto da Pagine Ebraiche alcuni anni fa. Uno scambio di opinioni che molto fece parlare la stampa di allora e che il direttore Vian scelse di affrontare con la massima apertura. “Con Pagine Ebraiche confronto anche duro, ma sempre nuovo e stimolante” fu il suo commento.
Apertura ai temi ebraici e importanti momenti di bilancio e riflessione. Tra tante possibilità, fu proprio a Vian che il presidente uscente dell’Unione Renzo Gattegna scelse nel maggio del 2016 di affidare le sue riflessioni conclusive su dieci anni di guida dell’UCEI.
Afferma l’ex Presidente UCEI in un passaggio: “Tanto breve quanto fondamentale, la Nostra Aetate ha segnato una svolta e, per quanto riguarda l’ebraismo, le celebrazioni cinquantenarie sono state una conferma dell’alleanza divina originaria, mai revocata e irrevocabile, con Israele: e ora questa conferma è un segno inequivocabile, un vero segno dei tempi”.
Tempi che sono stati proficui per incontri e per l’amicizia. Un dialogo a testa alta, senza alcun timor reverenziale, anche attraverso le pagine di carta di un giornale.

a.s twitter @asmulevichmoked

“Non Fratelli maggiori, fratelli e basta”

Ci sono due categorie di quotidiani della sera: quelli che si accontentano di svagare e quelli che vogliono influenzare, porre le condizioni al dibattito del mattino dopo. Quello diretto da Giovanni Maria Vian a quale appartiene? “Alla seconda”, rimbalza lui, accettando lo scherzo. E sorride. Un anno e mezzo fa Vian ha assunto la direzione dell’Osservatore Romano e da allora al quotidiano vaticano tutto è cambiato. La grafica esprime un’eleganza, un rigore estremo. La carta fatta venire dalla Svezia è la più luminosa che ci sia in commercio. E i contenuti, non sono quelli di una volta. Quello che aveva la fama di essere il giornale più noioso si è fatto interessante, leggibile, stimolante, autorevole, talvolta per niente scontato.
Che mandato hai ricevuto?
L’azionista unico mi ha chiesto di fare un giornale efficace e autorevole. Mi ha chiesto maggior respiro internazionale, attenzione all’Oriente anche non cattolico e più donne.
Ma il tuo è un editore davvero particolare. Quali limiti hai accettato?
I limiti che conosce qualunque altro direttore di giornale. Rispondo direttamente a Benedetto XVI e lavoro in sintonia con il Segretario di Stato. Anche se l’Osservatore non è e non vuole essere un bollettino ufficiale, devo rendere al lettore una linea che è ben definita. Sto godendo di un’autonomia che nemmeno io mi sarei atteso. Nessuno sente il bisogno di rileggermi gli editoriali prima che vadano in stampa.
E’ curioso, ma per tante cose che ci rendono diversi, ne abbiamo almeno una in comune. Molte voci che si esprimono attraverso il portale dell’ebraismo italiano www.moked.it e il notiziario quotidiano ebraico l’Unione informa (dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni alla storica Anna Foa, dallo storico della scienza Giorgio Israel per arrivare, stando a quello che si sente dire, al semiologo Ugo Volli), da qualche tempo collaborano con l’Osservatore Romano.
Ma cosa c’è da meravigliarsi?
Beh, una volta non usava. Ognuno se ne stava a casa sua.
Vero, anche in redazione da noi c’è chi ha manifestato meraviglia, sorpresa. Ma niente di più. Un cattolico medio si meraviglia se viene portato ad affacciarsi su un mondo diverso. E forse accade anche a molti ebrei. Questo dimostra che la stragrande maggioranza delle persone vive ancora in mondi separati. Ma direi che c’è molto interesse ad ascoltare voci ebraiche.
E’ proprio quello che non si riesce a capire. Da una parte abbiamo la questione della preghiera del venerdì santo, la determinazione di restare in sala e rischiare di legittimare un vertice internazionale grondante antisemitismo come Durban 2, le ambiguità e i silenzi sul ruolo di Pio XII. E lasciamo da un canto il lugubre folclore del vescovo negazionista o del sagrestano matto. Dall’altra vediamo questa rinnovata attenzione, il viaggio di Benedetto XVI in Israele, l’attesa visita del vescovo di Roma in sinagoga. Come fanno tutti questi segnali a stare assieme?
Cominciamo dalle buone notizie. Benedetto XVI in Terra Santa, in Israele. Un passaggio fondamentale, e non solo simbolico, per chiunque porti la sua responsabilità. Un gesto concreto e ricco di risvolti, di considerazioni. E non dovremo attendere a lungo il ripetersi di una visita alla sinagoga degli ebrei di Roma, dopo quella entrata nei libri di storia di Giovanni Paolo II.
Va bene, ma in fondo né la visita in Israele, né quella visita alla sinagoga sono un fatto inedito.
E’ nuovo e ricco di significati l’atteggiamento che porta a questa vicinanza con l’ebraismo. Negli anni passati, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, abbiamo assistito a fatti straordinari e percorso molta strada. Sono cadute barriere e maniere di vedere che ormai appartengono solo al passato. Eppure la prossima visita agli ebrei di Roma non sarà una semplice ripetizione di quella già avvenuta.
Perché?
Non è la prima volta che Ratzinger entra in una sinagoga. Penso alla sua visita agli ebrei di Colonia. Il suo rapporto con l’ebraismo è diretto, privo di impacci, consapevole del fatto che non si tratta di limitarsi a costruire relazioni di buon vicinato. Non ci si può confinare dietro le pietre miliari di un tempo, che oggi possono essere date per acquisite.
Niente più “fratelli maggiori”, allora?
Questa è un’espressione che ha lasciato il segno, ma che è stata molto discussa, anche sotto il profilo teologico. In ogni caso è una visione che appartiene al suo tempo, non al nostro. Diciamo, fratelli e basta. Un cristiano non può essere estraneo all’ebraismo.
Mi sembra che questi segnali apparentemente contraddittori siano letti con perplessità da molte voci da parte ebraica. Stiamo facendo passi indietro?
Grandi passi avanti, direi. C’è più amicizia adesso che nel 1986. La Chiesa riconosce che non si tratta di costruire una conoscenza fra estranei, ma di comprendere una cultura che è fondante e fondamentale nella sua stessa identità. Il viaggio a Gerusalemme e quello al di là del Tevere, sono in un certo senso lo stesso viaggio. Un percorso verso il proprio cuore. Prende corpo la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che parla di un “rapporto interno” con l’ebraismo. La visita in sinagoga confermerà un’amicizia profonda, sincera. Ma non avrà bisogno di essere una visita riparatoria.
Molte occasioni sono andate perse.
Certo, ma anche da parte ebraica.
E quali, da parte ebraica?
Cito solo un esempio. Un autorevolissimo esponente religioso israeliano, il rabbino capo di Haifa, è intervenuto per la prima volta di fronte al sinodo dei vescovi. Si è tratto di un’occasione molto importante, che forse questo esponente religioso non ha compreso pienamente.
Ma tanti altri segnali gettano luce su problemi apparentemente insuperabili. Sembrano dimostrare che la maturità necessaria per un confronto vero non ci sia.
Benedetto XVI ne è ben consapevole. Abbiamo alle spalle una storia fatta di incomprensioni, ostilità, persecuzioni. Vi sono stati episodi, anche in tempi recenti, semplicemente inauditi. Ma il cammino è segnato. Le conquiste compiute sono incancellabili. E la Chiesa vuole manifestare un forte convincimento: in un certo senso questa è una storia da scrivere assieme. E alla fine ci sarà una ricomposizione, una sorta di “happy end”.
Vescovo Williamson permettendo. Cosa si è detto a questo proposito in redazione?
Il giornale non ha mai citato il suo nome. E’ un personaggio che ha usato espressioni ignobili. E non mi sembra necessario aggiungere altro.
Ratzinger condivide?
Benedetto XVI ha scritto parole molto dolorose e molto chiare: “Tutto quello che io credo è stato rovesciato nel suo contrario”.
E la preghiera del venerdì santo?
Un cristiano non può non desiderare che tutti condividano la sua fede, pur rispettando ogni altra espressione religiosa autentica e soprattutto gli insondabili disegni di Dio. Forse sarebbe stato addirittura meglio lasciarla così come stava, comprendendo il senso autentico di questa affermazione che risale ad altri tempi.
Cosa ha scritto l’Osservatore su Pio XII?
Si tratta di una grande figura che, nel suo contesto, deve essere analizzata sul piano storico. Non sta invece al giornale occuparsi della canonizzazione, che è una questione religiosa interna al Cattolicesimo di cui è responsabile un apposito organismo vaticano. Credo però che le polemiche non abbiano ragione di essere: chi si permetterebbe infatti di mettere il naso in un fatto religioso interno all’ebraismo?
Forse la concezione dei “fatti religiosi interni” per gli ebrei è molto diversa. In ogni caso, cosa fa il direttore dell’Osservatore Romano quando il papa è impegnato in missioni tanto delicate?
Sta al suo fianco.
Torniamo alle voci ebraiche che firmano sull’Osservatore. Si tratta di un’esperienza positiva per voi della redazione?
Certamente, è un elemento molto importante. Il giornale ha preso a ospitare voci molto diverse e stimolanti anche dall’esterno dell’area cattolica. E con questo affronta temi delicati, apre fronti difficili.
Ma le voci ebraiche, anche le più autorevoli, non possono, per definizione, offrire un panorama totalmente coerente, omogeneizzato così come forse vorrebbe la Chiesa cattolica.
Certo. E questo spiega la forza, la complessità e la ricchezza del mondo ebraico contemporaneo. In un certo senso anche la sua difficile afferrabilità nel quadro di una pagina di giornale.

Guido Vitale, Pagine Ebraiche maggio / giugno 2009

(20 dicembre 2018)