Neobundismo

Emanuele CalòLa testata “Toscana Ebraica” (anno 31, n° 6, Novembre – Dicembre 2018) riporta, a p. 29, uno stimolante articolo del bravo Wlodek Goldkorn, intitolato “Il Bund”. Ora, la storia di questo Partito Comunista ebraico, sorto nel 1897 e finito con la Shoah (“estinto, sconfitto, si direbbe condannato dalla Storia”, scrive il citato autore) si riaffaccia, non a caso, nei giorni nostri. Non a caso, perché il riaccendersi dell’interesse per il Bund corrisponde, puntualmente, alla spaccatura esistente fra Israele e Diaspora. Il Bund nasce credendo che il socialismo e il comunismo disinnescheranno le ragioni dell’odio antisemita, per il tramite di un’autonomia culturale ebraica ma, nel frattempo, cerca di difendersi dai pogrom. Il neobundismo per contro, è tutto nella presa di distanza dall’ingombrante parente infetto, lo Stato d’Israele, individuato come causa dei loro mali. Gli israeliani, si sa, hanno torto per principio e, se proprio si dovessero difendere, lo dovrebbero fare chiedendo istruzioni alle anime buone. Nel frattempo, bisognerebbe parlare il meno possibile di attentati e di lanci di razzi e, se proprio occorresse discorrerne, andrebbe chiarito che sono dovuti all’intrinseca malvagità degli israeliani.
Se l’antisemitismo si traveste di antisionismo, per i neobundisti non si tratta di un travestimento ma della realtà, e quindi senza il virus sionista non sarebbero costretti a prendere le distanze da Israele per entrare nei salotti buoni. Certo, è un’illusione. In Francia, i c.d. gilet gialli non hanno sentito il bisogno di scomodare Israele o il sionismo per attaccare gli ebrei: troppa fatica. Sennonché, come sanno gli economisti, anche le illusioni hanno un loro peso e, come sanno i sociologi, anche la realtà percepita finisce per incidere.
I neobundisti vivono un’illusione retroattiva, laddove evocano punti di contatto fra sionismo e Bund, per rendere quest’ultimo più attraente. Invece, si è trattato di due movimenti radicalmente diversi. Il sionismo ha fatto rivivere l’ebraico, mentre il Bund andava avanti con lo yiddish; il sionismo è riuscito a normalizzare il popolo ebraico restituendogli un territorio, mentre il Bund ha tentato la via impossibile di un’autonomia culturale. Nella comparazione fra sionismo socialista e Bund, il primo emerge come frutto di studi accurati, la cui impronta marxista non è d’ostacolo ad una formulazione originale e innovativa della questione nazionale, dovuta al genio di Dov Ber Borochov, mentre il secondo si è perso in un marxismo di facciata, perché l’autonomia culturale è quanto di più estraneo possa esservi al materialismo dialettico, in fin dei conti, una contraddizione vivente che non poteva durare a lungo.
Il Bund sopravvive stentatamente (anche) nel Río de la Plata, dove fa da mosca cocchiera al Partito comunista ed ai suoi epigoni, con un tasso di assimilazione rovinoso, perché fra le assurdità che è dato ascoltare, quella di essere ebrei soltanto dal punto di vista culturale le supera tutte.
In America e in Europa, però, il neobundismo, prima inconsapevole e poi fieramente conscio, trova terreno fertile nelle difficoltà esistenziali di tantissimi ebrei, messi in crisi dallo Stato d’Israele e, per sua colpa, ormai abbondantemente demonizzati, boicottati e isolati. Quale miglior soluzione che rimpiangere i fasti del Bund, attribuendogli virtù salvifiche e celando accuratamente il suo antisionismo? In Italia, sono cose già viste, e tutti ricordiamo come siano andate a finire. Evidentemente, però, tutto ciò corrisponde ai bisogni di una parte della Diaspora, anche se è vero che non ogni bisogno è per forza di cose legittimo e passibile di essere soddisfatto.

Emanuele Calò, giurista