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Orizzonti – La «legge schiavitù», le contraddizioni della politica di Orban

Come vi sentireste se il vostro datore di lavoro potesse imporvi fino a 400 ore di straordinari all’anno, con la facoltà di pagarvele anche fra 36 mesi? Probabilmente usereste (useremmo) la stessa parola che usano in Ungheria. La chiamano «legge schiavitù» — Elena Tebano ne ha scritto lunedì — e da ieri è in vigore, nonostante le proteste di massa. Siamo alla rappresentazione plastica delle contraddizioni di una politica xenofoba. La scelta nasce infatti dalla mancanza di forza lavoro e dal rifiuto del governo di Viktor Orbán di aprire le porte ai migranti. L’Ungheria ha una disoccupazione al 4,2 per cento — una delle più basse dell’Ue —e una popolazione in declino da anni. In più è soggetta a un drammatico brain drain, con i cittadini che si sentono nel mirino di quello che sempre più si configura come un regime — giovani, intellettuali, artisti, ebrei, attivisti delle ong — che lasciano il Paese in cerca di libertà e lavori adeguati alla loro istruzione, mentre il governo, dopo averli fatti scappare, prova inutilmente a farli tornare con un programma di incentivi. Nessuna riflessione sulle conseguenze delle sue scelte: eppure l’Ungheria potrebbe essere un modello promuovendo flussi legali di migranti in base alle esigenze della sua economia. Non c’è bisogno di convertirsi all’odiato buonismo delle sinistre: la conservatrice Polonia è il Paese Ue che ha rilasciato più permessi di soggiorno nel 2017. Il problema della scarsità di manodopera accomuna infatti tutta l’Europa centrale, ma pure l’Italia del Nord in certi settori rasenta il pieno impiego. Una volta ristabiliti i confini e fermato il traffico clandestino, i governi sovranisti sapranno fare il salto di qualità e tornare all’immigrazione regolare? O continueranno ad alzare muri, fino alla farsa degli straordinari obbligatori?

Gianluca Mercuri, Corriere della Sera, 22 dicembre 2018