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Orizzonti – Odessa, il fronte freddo

La definiscono «una guerra culturale», identitaria, linguistica, combattuta a suon di statue abbattute e rimpiazzate, nomi delle strade cambiati, introduzione dell’ucraino al posto del russo come idioma ufficiale d’insegnamento nelle scuole, feste locali cancellate o reinventate, dibattiti accesi e talvolta violenti tra giovani nazionalisti che guardano all’Unione Europea e, sull’altra sponda, tenaci sostenitori di Vladimir Putin. Se a Kiev il braccio di ferro con Mosca si esprime soprattutto nei termini mediati della politica; e se lungo i confini del Donbass, come del resto nell’istmo di Perekop che conduce alla penisola di Crimea e ultimamente nelle acque contese del Mare di Azov, il dissidio si traduce crudamente nello scontro militare; nelle vie di Odessa prevale invece il lungo retaggio di una tradizione urbana cresciuta tra le comunità cosmopolite legate al vecchio porto, con la sua funzione di cerniera commerciale tra Europa e Asia, ma specialmente si avverte l’esistenza di un’agguerrita presenza di intellettuali caparbiamente attaccati al passato sovietico. Alla facoltà di Storia dell’Università di Odessa tra i temi più studiati ci sono gli anni turbolenti della guerra civile russa tra Rossi e Bianchi dopo la rivoluzione d’Ottobre, dal 1918 al 1924 in cui a tratti sembrò possibile giungere all’indipendenza ucraina, prima che s’imponesse definitivamente, come successore dell’Impero zarista, il nuovo regime bolscevico trionfante a Mosca. Ma soprattutto si discutono tesi e si fanno ricerche sul tremendo crimine che qui chiamano Holodomor: la grande carestia del 1932-33, innescata dalla collettivizzazione forzata delle terre voluta nel 1929 dalla dirigenza stalinista ai danni dei kulaki (i contadini più attivi e gelosi dei propri appezzamenti), che causò milioni di morti (le stime variano) e il collasso di un intero sistema produttivo agricolo destinato a non riprendersi più. «Stiamo riscrivendo in ucraino la nostra storia nazionale. Allora morirono tra infinite sofferenze oltre nove milioni di nostri compatrioti. Gli studenti e i ricercatori più giovani sono ben contenti di scoprire i puntelli culturali in grado di affrancarci per sempre dalle minacce dell’annessionismo russo», spiega Vyacheslav Kushnie, preside cinquantenne della facoltà di Storia dell’Università di Odessa nel suo ufficio al terzo piano di un austero edificio di epoca staliniana. «La Lettura» lo incontra poco prima che Kushnie partecipi all’inaugurazione di una mostra — allestita assieme all’ambasciata del governo di Varsavia — che ricostruisce la strage di Katyn del 1940: l’eccidio degli ufficiali e borghesi polacchi perpetrato dalla polizia segreta sovietica nelle fasi iniziali della Seconda guerra mondiale, prima che gli accordi tra Hitler e Stalin, che avevano portato appunto alla spartizione della Polonia, venissero spazzati via dall’operazione Barbarossa, l’invasione dell’Urss da parte del Tbrzo Reich. Eppure, sono tanti gli intellettuali e gli abitanti di Odessa a guardare con nostalgia al passato sovietico e a vedere Putin nel molo di custode e garante di quelle memorie. «Questa città come la conosciamo oggi venne fondata nel 1794 dalla zarina Caterina II. E sin dall’inizio il porto fu ideato per funzionare da grande scalo dell’Impero. Si tratta dell’ultimo gigantesco progetto di una città europea creata quasi dal nulla. La Russia dipende da Odessa. Ma Odessa dipende dalla Russia. Sono inconcepibili separate l’una dall’altra. Faceva il paio con San Pietroburgo, costruita da Pietro il Grande circa un secolo prima. La nuova capitale doveva essere il porto del Baltico nel nord. Mentre Odessa era destinata ai traffici con l’Impero ottomano e con il Mediterraneo a sud. Ecco perché questa città non può fare a meno della Russia, ne è un’appendice naturale», afferma Oleg Gubart, 65 anni, autore di molti volumi di storia locale, che ha pubblicato da pochi mesi una raffinata raccolta di piani municipali di Odessa riferiti all’epoca compresa tra i primi dell’Ottocento e la metà del Novecento. Tra i nostalgici dell’Urss sta ai primissimi posti la sessantunenne Helena Karakina, che da oltre tre decadi è responsabile scientifica del Museo Letterario (ideato nel 1977 e aperto cinque anni dopo), una sorta di monumento incartapecorito alle mode e ai gusti dominanti nella passata grandeur sovietica, destinato a esaltare il rapporto tra i maggiori scrittori russi e Odessa. «Tanti amici sono scappati a Mosca per evitare di essere vittimizzati dall’ucrainizzazione forzata in voga sin dai fatti di piazza Maidan nel 2013-2014. Penso per esempio al mio amico Aleksandr Vasilev, esperto della storia del nostro porto. Ma anche ai numerosi giornalisti che hanno dovuto andarsene perché licenziati o minacciati. Io stessa devo stare attenta a ciò che dichiaro a un reporter straniero. Potrei perdere il posto o addirittura finire in carcere», spiega. Nel campo favorevole a Putin non ci sono solo anziani. «Mi accusano di essere troppo legato a Mosca. Ma le simpatie filorusse sono parte inevitabile del Dna di questa città. Ci hanno sempre trattati come privilegiati, sin dal tempo degli zar. Il primo percorso tramviario, dopo quello della capitale San Pietroburgo, venne costruito a Odessa. La libertà goduta dagli ebrei e dalle altre minoranze qui da noi è sempre stata proverbiale. Non a caso nei nostri quartieri vennero fondati i primi circoli sionisti e organizzati i viaggi dei pionieri verso la Palestina in risposta ai grandi pogrom, gli eccidi di ebrei, che sconvolsero la nostra regione negli ultimi anni dell’Ottocento», racconta Yuri Tkaciov, blogger, direttore del quotidiano online «Timer». A suo dire, almeno il 60 per cento del milione di abitanti di Odessa simpatizza per Mosca. Aggiunge: «Una media di 30 mila utenti accede quotidianamente al nostro sito. Tanti tra loro pensano che si debba invertire la via separatista avviata nel 1991 e accelerata dopo i fatti del 2014. Non avverrà subito. Ma prima o poi ci staccheremo da Kiev. Per ora la battaglia del nostro giornale è soprattutto in difesa della lingua: il russo è raffinato, colto, urbano; si contrappone all’ucraino, che è un dialetto grezzo e contadino. Siamo favorevoli al bilinguismo, contro il monopolio dell’ucraino imposto dal governo centrale». Ma quanti sono davvero gli ucraini favorevoli alla totale separazione dalla Russia? In mancanza di dati ufficiali e sondaggi credibili, ci si deve affidare alle risposte delle parti in causa, inevitabilmente condizionate dalle loro simpatie politiche. Al ministero della Difesa di Kiev, i colonnelli Viktor Shydlyukh e Andriy Dyoda sostengono che prima del 2014 su 45 milioni di ucraini circa 15 sarebbero stati pro-russi. In seguito, al netto dei residenti nelle regioni secessioniste del Donbass e della Crimea, invasa e annessa alla Russia per volere di Putin, solo 5 degli attuali circa 40 milioni di cittadini aspirerebbero a tornare allo status pre-1991. «I giovani, gli studenti, i professionisti e le grandi realtà metropolitane avanzate come Kiev sono nettamente a favore dell’integrazione nell’Unione Europea. Al contrario, le vecchie aristocrazie operaie, una parte dei contadini nelle zone povere e città particolari come Odessa, con una forte tradizione culturale russofila, non considerano Putin una minaccia, bensì una speranza», ammettono i due ufficiali. A Odessa è sufficiente una visita allo «Starakonka», il gigantesco mercato popolare dell’usato che si tiene ogni fine settimana in uno dei quartieri più poveri, per ritrovare i vestiti dei kolkhoz (le fattorie collettive sovietiche), camicie e pantaloni dell’Armata rossa tanto ambiti dai pensionati meno abbienti, che certo non hanno alcuna possibilità di fare shopping tra i negozi di lusso del centro. Non è difficile vedere medagliette e spille con le immagini di Stalin e Lenin esibite con fierezza al petto dei passanti. «Li chiamiamo scherzosamente i Vatniki, dal nome del cotone semplice e ruvido utilizzato per confezionare le giacche dei deportati nel Gulag ai tempi di Stalin», commenta Boris Cersonsky, sessantottenne psicoterapeuta, docente all’Università locale, noto per essere passato di recente dal campo dei filo-russi a quello dei pro-Kiev. Il racconto di Cersonsky fa nettamente a pugni con quelli dei suoi ex compagni di credo politico: «Altro che persecuzioni del governo ucraino ai danni dei filorussi! Semmai è vero il contrario. Io sono stato personalmente aggredito e hanno provato a incendiarmi la casa nel 2015, quando ho annunciato che sostenevo la causa di Kiev. E una decina di militanti indipendentisti è stata picchiata. Un paio sono stati uccisi negli ultimi anni. Oggi godiamo di un pluralismo e di una libertà di pensiero che mai abbiano conosciuto nel passato. Nostro modello sono le libertà civili dell’Europa occidentale, non la finta democrazia di Putin con le sue fake news e i giornalisti perseguitati, minacciati, persino assassinati se criticano il regime o diffondono notizie scomode contro gli oligarchi. Sono anni che Helena, la direttrice del Museo Letterario, dichiara ai giornalisti stranieri che potrebbe finire in carcere, perseguitata per le sue idee. In realtà nessuno le ha mai torto un capello e neppure ha perso il lavoro. I nostalgici dell’Urss come lei sono talmente assuefatti alla mancanza di libertà da non capire neppure la differenza tra il totalitarismo del passato e la democrazia attuale, nata proprio dalla nostra emancipazione dall’abbraccio oppressivo e illiberale di Mosca». Concorda con lui Taras Vintskovsky, 47 anni, a sua volta docente di storia, che sta scrivendo un libro su Odessa. «II 2 maggio 2014 anche da noi arrivò il vento della rivoluzione di piazza Maidan. Ci furono incidenti, non gravi come a Kiev, ma violenti. Sino a che, durante alcuni tafferugli, prese fuoco la sede dei sindacati nel centro di Odessa, dove morirono 44 militanti pro-russi e quattro sostenitori delle ragioni di Kiev. Ne seguirono acute tensioni. Alcuni giornalisti legati agli oligarchi locali vicini a Putin persero il posto. Penso per esempio a Yuri Selivanov, proprietario della rete televisiva Academia e pagato dal deputato, nonché oligarca simpatizzante per Mosca, Sergei Kivalov. Emersero anche preoccupanti connessioni tra la criminalità locale e alcuni media schierati contro il movimento indipendentista. Da allora avremmo avuto bisogno del sostegno dell’Unione Europea. Che invece è totalmente mancato. La nostra giovane democrazia è sola. Oggi anche più che nel 2014. Negli ultimi tempi sappiamo di godere di scarse simpatie tra gli europei. Così le nostre aspettative sono diminuite. La lezione di questi anni di crisi è molto netta: solo noi ucraini dovremo difendere la nostra giovane democrazia, perché nessun altro lo farà al nostro posto».

Lorenzo Cremonesi, Corriere La Lettura, 27 dicembre 2018