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Storia – Identità ebraica, identità italiana

Schermata 2019-01-01 alle 17.54.09Todeschini / GLI EBREI NELL’ITALIA MEDIEVALE / Carocci

Fare la storia degli ebrei presenti nell’Italia del Medioevo significa scrivere un pezzo di storia italiana. D’altra parte, proprio perché la storia medievale dei territori che formavano la penisola italica è il punto di partenza della futura complessità italiana, parlare degli ebrei in Italia come di una componente strutturale della storia italiana significa mettere in discussione l’idea molto diffusa dell’omogeneità culturale e religiosa di questa storia, rimettere in gioco, dunque, l’immagine di un’Italia come realtà compattamente latina e cristiana da sempre. La rappresentazione postrisorgimentale, ma specialmente caratteristica della revisione storiografica fascista, dell’Italia come soggetto storico naturalmente e tradizionalmente unitario, storicamente unificato dalla religione cristiana, ha influenzato in modi diversi, talvolta anche contraddittori, la ricostruzione della presenza degli ebrei in Italia. Da un lato gli ebrei e le loro comunità sono stati descritti come una sorta di complemento della nazione italiana, un’aggiunta più o meno ben tollerata, dall’altro come una presenza di usa localmente e comprensibile solo alla luce di vicende strettamente regionali o cittadine. In entrambi i casi, si è presupposto che la storia nazionale avesse una sua compattezza politica o almeno religiosa, e che l’esserci degli ebrei ricavasse il proprio significato unicamente dal rapporto con questo soggetto collettivo cristiano o con le sue configurazioni locali. Ebrei come rappresentanti di un ebraismo visto come appendice italiana di un cristianesimo dominante, oppure ebrei come presenze significative all’interno di contesti estremamente specifici, a loro volta da intendersi come tasselli del grande mosaico nazionale gli-ebrei-nell-italia-medievale-giacomo-todeschini-copertina-205x300cristiano. In questo quadro, l’epoca medievale, in tutta la sua estensione e la sua complessità, ha giocato un ruolo importante anche se abbastanza equivoco. Si è infatti dovuto constatare che i modi dell’esistenza ebraica in Italia sono stati molto diversi, in primo luogo dal Sud al Nord, e poi che questa differenziazione è stata ulteriormente accentuata dal carattere tutto speciale e dall’intensità della presenza ebraica in alcune città o regioni: a Roma, in Puglia, in Campania, in Calabria, in Sicilia, e anche, dal Trecento, nell’entroterra veneto e in Friuli, Toscana e Umbria, ma non (almeno fino al Duecento) in Piemonte, Liguria, Abruzzo e Molise. Nonostante questo panorama molto variegato e discontinuo, si è venuta tuttavia tendenzialmente descrivendo una convivenza ebraico-cristiana che, seppure segmentata dalla differente conformazione politica del Sud e del Centro-Nord (Regno di Napoli e di Sicilia, e repubbliche, comuni e signorie centro-settentrionali) e poi spezzata dall’espulsione alla fine del Quattrocento degli ebrei dai territori italiani posseduti dalla Corona spagnola, avrebbe avuto una sua continuità tutto sommato pacificamente omogenea, caratterizzata dalla funzionalità delle presenze ebraiche all’organismo nazionale cristiano. In altre parole, la rappresentazione piuttosto artificiosa di un’Italia armoniosamente cristiana dal IV al XV secolo ha prodotto di conseguenza una complementare raffigurazione degli ebrei analogamente caratterizzata dall’univocità del senso di questa presenza. Un senso che rimanderebbe, secondo questo schema semplificato, alla tolleranza o all’intolleranza religiosa cristiana, oppure ai bisogni e ai problemi economici e politici della società dei cristiani. Si può tuttavia rimettere in discussione questo stereotipo storiografico, mai esplicitamente dichiarato, eppure affiorante da gran parte della produzione storica riguardante gli ebrei in Italia, e riassunto nell’idea alquanto divulgata della storia degli ebrei nell’Italia medievale come storia di una convivenza felice, repentinamente interrotta dalle polemiche antiebraiche quattrocentesche culminate nell’età dei ghetti, cominciando a ragionare sulla sfasatura innanzitutto cronologica esistita in Italia fra la presenza ebraica risalente alla fase precristiana della penisola italiana e la presenza cristiana nella penisola italiana in quanto effetto di una lenta e discontinua cristianizzazione iniziatasi tra IX e VI secolo, ma effettivamente decollata a partire dal VII-VIII in seguito alla decisiva alleanza fra episcopato romano e dinastia carolingia. La presenza degli ebrei raggruppati in comunità religiose, non ancora civiche e formalmente giuridiche, come avverrà soltanto a partire dal secolo XI, precede, in Italia, la cristianizzazione di un insieme territoriale quanto mai politicamente disparato e geograficamente variegato. Sicché, quando, nel 380, con l’Editto di Tessalonica, l’impero dei Romani, inclusa dunque la sua componente italiana, assumerà il cristianesimo come culto ufficiale, la preesistenza ebraica in area italiana risalterà tanto più nell’ambito di una realtà che cominciava lentamente a mutare il proprio profilo religioso passando da una molteplicità di culti ammessi alla preminenza di quello cristiano, messa in atto per mezzo di una irradiazione del cristianesimo che andava dal centro alle periferie, da Costantinopoli e Roma al Mediterraneo romano e all’Italia nel suo insieme. In effetti l’assenza nelle testimonianze italiane romano-cristiane di ambito politico-istituzionale, fra IV e VI secolo, di rinvii di rilievo alle presenze ebraiche, pur attestate a livello epigrafico e cronachistico, parla, più che di un’insignificanza numerica di queste presenze, della loro normalità non eccentrica in un contesto di diffusione del cristianesimo con diverse velocità e intensità, a seconda delle aree dell’Italia “romano-barbarica” in cui questo fenomeno di acculturazione e graduale omogeneizzazione culturale stava avendo luogo. D’altra parte ci si può domandare che importanza possa avere l’entità numerica più o meno grande della presenza ebraica nell’Italia dei secoli IV, V e VI, vista, da un lato, la difficoltà estrema di stimare l’entità complessiva delle presenze sul territorio, ma soprattutto l’impossibilità di definire in termini odierni la consistenza di una popolazione estremamente mobile, raramente stanziale nel senso moderno del termine, e costantemente rinnovata e trasformata dall’arrivo di nuovi gruppi etnici a loro volta estremamente compositi.

Pagine Ebraiche, gennaio 2019