…ordine
La domanda che continua a martellare nel cervello è dove ci stia portando il clima politico in Italia.
Finalmente viene restituito alle patrie galere Cesare Battisti, un “rivoluzionario” da troppo tempo latitante che ha seminato terrore e morte di innocenti. Il tribunale lo ha giudicato e l’ergastolo lo attende. Qualcuno dubita che sia colpevole diretto degli omicidi che gli sono stati ascritti e per cui è stato condannato, ma le sue colpe sono state riconosciute in tutti i gradi di giudizio e noi vogliamo fidarci della giustizia.
Con tutto ciò, assistere alla messa in scena di ministri che lo vanno ad accogliere trionfanti all’aeroporto, twittando (il ministro Salvini) che il ‘comunista’ è stato preso fa accapponare la pelle, perché rivela un uomo di governo che anziché vivere la consegna di un terrorista come un atto di giustizia la strumentalizza a fini elettorali, puntando l’indice sul suo nemico politico, come se tutti coloro che in Italia hanno condiviso o condividono ancora (benché fuori tempo massimo) l’ideologia comunista siano stati fiancheggiatori del terrorismo degli anni settanta del Novecento.
E vien fatto di chiedersi allora se il ministro condivida anche l’idea che tutti coloro che hanno commesso le stragi indiscriminate di Piazza Fontana (1969), di Peteano (1972), di Piazza della Loggia (1974), dell’Italicus (1979), della stazione di Bologna (1980), del Rapido 904 (1984) sono dei fascisti fiancheggiati da altri fascisti, dentro e fuori dalle istituzioni. È allora lecito chiedere al ministro dell’Interno, che ha avuto oggi la fortuna inattesa, e immeritata, di vedersi consegnare il terrorista Battisti, se intenda darsi da fare in prima persona per consegnare alla giustizia anche tutti gli stragisti di destra e chi, all’interno dei servizi segreti, li ha assistiti, indirizzati, usati, protetti.
Smessa la mascherata scenografica e carnascialesca della divisa di Polizia, ci si aspetta che un ministro dell’Interno si preoccupi dell’ordine, come di sua competenza, e soprattutto che sia un ordine che garantisce la democrazia, e non la protezione degli amici di Casa Pound e dei razzisti della curva Sud nei campi di calcio.
Dario Calimani, Università di Venezia