ECONOMIA Il co-working? Un kibbutz 2.0

weworkHa 517 sedi per uffici in quasi cento città e i suoi numeri continuano a crescere: Wework, è oggi una delle (ex) startup dalla valutazione più alta al mondo – attorno ai 42 miliardi di dollari. Fondata nel 2010 a New York con l’obiettivo di offrire a start up o professionisti uffici in diverse modalità, dal gruppo di stanze a una scrivania, oggi Wework è un vero e proprio colosso del coworking ma anche dell’immobiliare. In Italia aprirà nei prossimi mesi: è già stata annunciata una sede a Milano. Mentre nel 2018 è stata lanciata con grande entusiasmo la sede di Gerusalemme – in ottobre, all’apertura hanno tra l’altro costruito una co-working Sukkah con tavoli, due meeting room e molti dei servizi offerti da Wework, da birra e caffè gratis a stampanti e articoli da cancelleria a disposizione. Così sono diventate cinque le città israeliane in cui l’azienda è presente, facendone il terzo paese al mondo per numero di sedi dopo Stati Uniti e Cina. Wework è diventato ben presto molto più che una semplice possibilità di una postazione di lavoro a prezzi convenienti. Ci sono servizi e benefici materiali: società e professionisti non devono preoccuparsi dell’arredamento, delle utenze, delle pulizie, della manutenzione dello spazio cucina, e possono aumentare o ridurre agevolmente gli spazi affittati a seconda della necessità. Ma soprattutto l’idea di fondo è di trasformare la condivisione del luogo fisico in una vera e propria comunità. Tanto che il co-fondatore di Wework Adam Neumann ha definito la sua impresa una sorta di kibbutz 2.0. Israeliano, 39 anni, Neumann è nato e cresciuto in Israele, anche se bambino ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Al ritorno da Indianapolis, dove la madre aveva svolto la sua specializzazione medica, la famiglia si trasferì nel kibbutz Nir Am, nei pressi di Sderot. A New York approdò dopo l’esercito, un’esperienza da lui considerata fondamentale (e sono diversi i suoi amici di allora che oggi fanno parte del gruppo dirigente della società). Dopo una serie di tentativi di business, Neumann con il socio Miguel McKelvey – forse non a caso cresciuto in una comune – affittò per dieci anni uno spazio da 300 metri quadri nel quartiere di Soho: a riempirlo arrivarono 30 clienti (o membri della comunità, secondo la definizione usata da Wework) e un impiegato. Così tutto ebbe inizio. Oggi Wework oltre ai numeri da capogiro in termine di giro d’affari e crescita, è anche impegnata sul fronte della solidarietà e della responsabilità sociale: ha lanciato “Wework per i rifugiati” che aiuta questi ultimi a trovare un’occupazione, ha l’obiettivo di rendere tutti le sue sedi a zero emissioni di anidride carbonica entro il 2023, sta lavorando sul fronte dell’educazione per costruire una rete di scuole ispirate al metodo Montessori e che offriranno tra l’altro ai bambini la possibilità di imparare l’ebraico o il cinese mandarino. D’altronde, come Neumann ha spiegato in un’intervista al quotidiano Haaretz lo scorso anno, “Siamo qui per cambiare il mondo. Non c’è nient’altro che mi interessi”. Una visione profondamente influenzata per stessa ammissione dell’imprenditore, dalla tradizione ebraica, a cui dopo un’infanzia e giovinezza completamente secolarizzata si è progressivamente avvicinato insieme alla moglie Rebekah Paltrow – anche lei partner fondatrice e manager della società. “Mediamente oggi ogni persona guarda il proprio telefono 160 volte al giorno. E so che è ottimo per il business, ma siamo diventati dipendenti dal telefono. E poi arriva Shabbat, e ci disconnettiamo dalla tecnologia, e ci riconnettiamo ai figli, alle persone care e agli amici, e ritroviamo un legame con qualcosa che è più grande di noi stessi” ha spiegato partecipando a un evento della United Jewish Appeal – Federation of Jewish Philanthropies of New York in dicembre, sottolineando come iniziare a osservare Shabbat su suggerimento del suo rabbino abbia rappresentato anche un rimedio contro l’eccesso di ego di cui sentiva di soffrire. Dopo il primo Shabbat trascorso secondo i tradizionali dettami ha detto: “Sono andato al lavoro e all’improvviso quel tipo di pensieri non c’erano più. Guardavo tutti coloro che mi circondavano e sentivo come fossimo tutti persone, tutti insieme in azione, che ha dato ad alcuni di noi più benedizioni rispetto agli altri, ma non si può mai giudicare o misurare in quale punto della vita le altre persone si trovino. Per tutta la settimana, mi sentivo davvero bene. Fino a giovedì, quando ho percepito come quei pensieri stessero tornando, e io stessi ricominciando a giudicare. Così mi sono detto, ‘wow, questa storia di Shabbat è fantastica, ma dura solo cinque giorni. Devo rifarlo’.”

Rossella Tercatin, Pagine Ebraiche, gennaio 2019