Machshevet Israel – Apocalisse della paura
Un diffuso settimanale italiano ha messo sulla copertina del primo numero del 2019 un duro monito: “Fermiamo l’apocalisse”. Titolo volutamente apocalittico, gridato per allarmare le coscienze: surriscaldamento globale dovuto a inquinamento atmosferico; biodiversità a rischio per la distruzione di interi habitat naturali; mari e oceani invasi dalla plastica; politica arrogante e cieca… e abbiamo dimenticato gli arsenali pieni di armi atomiche: siamo “sull’orlo dell’abisso”, per citare un volume di inquietanti riflessioni del filosofo Hans Jonas (1903-1993), voce tra le più autorevoli del pensiero del XX secolo. Ebreo tedesco, allievo di Heidegger, scampato alla Shoà emigrando in Palestina ma tornato a combattere il nazifascismo con divisa britannica proprio in Italia, fu infine chiamato dalla Arendt ad insegnare negli States dove elaborò una biologia filosofica in chiave etica ancora oggi attualissima e persuasiva. È curioso che a rilanciare l’apocalittica, in termini di emergenza antropologica (previsioni catastrofiche per il futuro incluse), siano stati nella seconda metà del Novecento proprio due grandi ebrei tedeschi: Jonas, appunto, e prima di lui quel Günther Anders (1902-1992), il cui cognome vero era Stern, che aveva studiato con Husserl, e sua volta era scampato al nazismo emigrando prima a Parigi e poi negli Usa, rientrato infine a Vienna. Destini paralleli: dalla migliore scuola filosofica europea degli anni Venti – la fenomenologia europea – al ruolo di esuli e profeti laici di un’umanità che ha perso il senso dei limiti ed è sempre più incapace di controllare, persino di pensare, il golem tecnologico e le sue conseguenze a lungo termine. Nel mezzo, l’esperienza della Shoà. Pensatori apocalittici? Sì, ma come definire l’apocalittica?
È un antico genere letterario, inventato dal mondo ebraico al sorgere dell’era volgare, nel quale viene elaborata ed esorcizzata l’angoscia del futuro in un’epoca di gravi crisi politiche, di speranze frustrate, di disillusioni messianiche. Spesso attraverso descrizioni di sogni e visioni, il negativo viene immaginato foriero di un positivo a venire, in una sorta di ‘svelamento’ o ‘rivelazione’ (questo vuol dire apocalisse in greco) di una fine del mondo che, nel fuoco della distruzione e al suono di trombe angeliche, rigenera la storia e fa sorgere un eone nuovo e diverso. No, Jonas e Anders non sono apocalittici in questo senso metafisico. Hanno più modestamente ma non meno efficacemente messo in guardia il nuovo apprendista stregone, l’essere umano iper-tecnologico del XX secolo: questi potrebbe non avere la maturità morale per saper ben usare il proprio potere, anzi il proprio “eccesso di potere”, trasformandolo in uno strumento distruttivo e, con il tempo, auto-distruggendosi.
Anders, un eretico troppo in fretta rimosso dal nostro orizzonte culturale (andrebbe rivalutato), ha riflettuto molto sia su Auschwitz sia su Hiroshima: “La possibilità dell’apocalisse è opera nostra”. Essa sorge nello iato tra le nostre facoltà di produrre tecnologie distruttive e la nostra insufficienza etica. Se vi è oggi una virtù che può aiutare a ricostruire la nostra stessa immaginazione etica, dice Anders, è il coraggio di avere paura. “Non essere vile – ammonisce in un testo sui comandamenti dell’era atomica – e abbi il coraggio di avere paura! Procurati quel tanto di paura che corrisponde alla grandezza del pericolo apocalittico!”. Non è, ovviamente, la paura di minacce immaginarie, indotta da politici amorali per raccogliere facili consensi e “diffusa ad arte col preciso intento di ingannare… o per renderci indolenti e passivi”. Piuttosto, è la paura che nasce dalla consapevolezza, fondata su dati reali e precisi, della magnitudo dei pericoli che corriamo e che noi stessi abbiamo creato.
Ancor più forte Hans Jonas, che ha forgiato l’espressione “euristica della paura” ossia la paura come causa di scoperta, occasione per escogitare (ex-cogitare) terapie e soluzioni ai pericoli, ai guai cui ci siamo esposti. “Avendo turbato radicalmente l’equilibrio tra uomo e natura, siamo chiamati a un nuovo dovere: assumerci la responsabilità per le generazioni future. Paradossalmente le catastrofi, dice Jonas, possiedono un potenziale educativo… per un’educazione dell’uomo ad atteggiamenti di vita meno avidi e ingordi”. “Per amore dell’autonomia e della dignità dell’uomo… dobbiamo porre la corsa tecnologica sotto un controllo extra-tecnologico”. Non può più essere la speranza del progresso, come voleva il filosofo ebreo marxiano Ernst Bloch, a farci da pungolo: oggi “forse, solo il monito della paura può portarci a ragionare (…) poiché là dove ha fallito la saggezza e il giudizio politico, forse, riuscirà la paura”. Alla famosa sentenza heideggeriana “ormai solo un dio ci può salvare”, Jonas ha contrapposto il suo principio-responsabilità: più che mai solo un agire moralmente consapevole dei propri limiti e delle conseguenze di ogni singola azione umana sul destino dell’intera umanità ci può salvare”. Ripartiamo da Anders e da Jonas, dalle paure vere e non da quelle subdolamente indotte.
Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI