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Machshevet Israel – Pensare Anne Frank con Cynthia Ozick

massimo giuliani“La storia di Anne Frank, se raccontata in modo veritiero, è una storia irredenta e irredimibile”. Quando, oltre vent’anni fa, l’intellettuale ebrea newyorkese Cynthia Ozick scriveva queste parole (in un saggio per il New Yorker dal titolo “Who Owns Anne Frank?”, appena tradotto in italiano) avevo terminato da poco la mia dissertation dottorale all’Università ebraica di Gerusalemme proprio sulle interpretazioni della Shoà. Sostenuto dalle riflessioni di Hannah Arendt, di Vladimir Jankélévitch e di Emil Fackenheim, avevo scelto la categoria teologica dell’irredimibile come chiave della mia ricerca per quello che Ozick chiama “un programma calcolato per assicurare la più crudele e la più demoniaca degradazione mai inventata da esseri umani”. E’ una definizione di Shoah che coglie l’essenziale, e che, come spesso accade in quest’ordine di discorsi, non riesce a fare a meno di associare l’agire dell’uomo che si spinge oltre ogni limite di immoralità con la sfera del meta-umano, del demoniaco appunto. Se l’avessi letta prima, avrei citato questa straordinaria scrittrice nella mia tesi (a quando una raccolta dei suoi testi, di fiction e saggistica, in un paio di Meridiani, come avvenuto per Saul Bellow, Bernard Malamud e Philip Roth?). La riflessione critica sul destino del famoso Diario dell’adolescente olandese è una polemica che anticipa di un paio di decenni i disagi avvertiti anche da noi, a margine degli annuali “riti” della giornata della memoria. Quella polemica e questi disagi vanno presi sul serio.
Quando Ozick, autrice di due eccezionali racconti sulla Shoah come Lo scialle (1980) e Il Messia di Stoccolma (1987), avverte che quel Diario non è un documento dell’Olocausto (nel mondo anglosassone per Shoah si usa ancora questo termine ambiguo, di matrice biblica, che noi abbiamo giustamente rimosso) ci mette sull’avviso di quanto consapevoli dobbiamo essere della soglia che separa la storia dalla memoria e consci che ‘fare memoria’ è già frutto di una rielaborazione e di un ripensamento. Gli studiosi hanno mostrato che persino il capolavoro di Primo Levi Se questo è un uomo è un prodotto letterario, pur mantenendo la sua cospicua verità storica, testimoniale e documentaria. Per tacere di Wiesel. Ma la letteratura non è ‘contro’ la storia, la faction non è il ‘contrario’ del vero. E altrettanto veri e perniciosi sono i rischi di una distorsione della storia (il negazionismo) e di una strumentalizzazione della memoria (e qui tutti dobbiamo fare un esame di coscienza). Quando la scrittrice denuncia che quel Diario è stato “ridotto e reso infantile, americanizzato, omogenizzato, sentimentalizzato, kitschizzato” e dunque falsificato, non sottovaluta il valore fortissimo che emana da quelle pagine, come sostiene Pierluigi Battista (su Corriere della sera del 21 gennaio). Valuta piuttosto le distorsioni provocate dall’aver tagliato la conclusione, la fine tragica – irredimibile da ogni punto di vista, umano e divino – che fu la sorte comune di milioni di ebrei colpevoli, per l’ideologia nazifascista, di essere nati tali.
Fu tra i primi intellettuali ebrei, Cynthia Ozick, a mettere in guardia l’Occidente (noi) dai rischi di una banalizazzione della Shoah o degli eccessi di una sua simbolica monumentaliazzione, volta a universalizzare e annacquare lo specifico, a deluire la contestualizazzione storica e destinata alla fine a cedere a logiche altre rispetto al senso degli eventi. Tempo fa una famiglia ebraica di Roma ha messo, accanto alle ‘proprie’ pietre di inciampo, la scritta in italiano e in inglese: “La Shoah non è un’attrazione turistica”. Che dire allora dinanzi ai biglietti acquistabili on line per visitare “il quartiere e la casa di Anne Frank”? O della musealizazzione della Shoah proliferata negli ultimi vent’anni? Quando Ozick scrisse il suo saggio, erano ancora vive la polemiche negli States sul Memomorial Museum of the Holocaust, eretto sul national mall di Washington, attorno alla domanda: a chi appartiene la memoria della Shoah, al mondo ebraico o a tutta l’umanità? Ha diritto l’America di appropriarsene? Quale spazio fare, in tale memoria, per le vittime non ebraiche (rom, omosessuali, oppostori politici)? Meglio scegliere la strada calda dell’empatia e dell’identificazione con le vittime oppure la strada fredda della razionalità e della conoscenza storica? Guardare al bicchiere mezzo pieno (seppur pochi, vi sono stati resistenti e salvatori) oppure il bicchiere mezzo vuoto (l’indifferenza dei più, l’inazione dei potenti, il silenzio delle chiese)?
E’ un fatto: la memoria, soprattutto se deve diventare percorso pedagogico e veicolo di valori per le nuove generazioni, ha bisogno di simboli, di tempi e di luoghi per sostare e riflettere, di parole e metafore… anche se ciò che va detto è l’indicibile, l’impensabile, l’imperdonabile, l’irredimibile. La provocazione, a volte, è necessario scotimento del pur vero risaputo. Così Ozick si chiede se la verità su Anne Frank non sarebbe stata meglio preservata se il suo Diario non le fosse sopravvissuto (salvato da Meip Gies e censurato dal padre) ma fosse andato semplicemente bruciato o perduto, come il manoscritto Il messia di Bruno Schulz.

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI