moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Storia – II reporter che rivelò le bugie di Stalin

Negli anni Trenta i membri della stampa estera a Mosca conducevano un’esistenza precaria. Per vivere in Urss, e anche per svolgere il loro lavoro, avevano bisogno del permesso dello Stato. Senza una firma e il timbro ufficiale del dipartimento stampa, l’ufficio centrale del telegrafo non inviava all’estero alcun dispaccio. Per ottenere quel permesso, i giornalisti contrattavano sistematicamente con i censori del commissariato del popolo agli Esteri su quali parole potevano essere usate e cercavano di mantenersi in buoni rapporti con Konstantin Umanskij, il funzionario sovietico responsabile del corpo stampa estera. William Henry Chamberlin, allora corrispondente da Mosca del «Christian Science Monitor», scrisse che il corrispondente estero che rifiutava di ammorbidire i suoi articoli «lavora sotto una spada di Damocle: la minaccia dell’espulsione dal paese o del rifiuto dell’autorizzazione a rientrarvi, il che è ovviamente la stessa cosa». Chi si prestava particolarmente bene al gioco, come Walter Duranty, poteva ricevere premi extra. Duranty fu corrispondente del «New York Times» a Mosca dal 1922 al 1936, un ruolo che, per un certo periodo, lo rese relativamente ricco e famoso. Nato in Gran Bretagna, non aveva legami con la sinistra ideologica; la sua posizione era quella di un «realista» testardo e scettico, che cercava di ascoltare sempre le due versioni di una storia. (…) Tale posizione rese Duranty utilissimo al regime, che fece del suo meglio per assicurarsi che a Mosca vivesse bene. Disponeva di un grande appartamento, aveva un’auto e un’amante, le porte gli si aprivano più che a qualunque altro corrispondente, e per due volte gli furono concesse ambite interviste a Stalin. Ma la motivazione principale dei suoi lusinghieri servizi sull’Urss fu, sembra, l’attenzione che essi gli conquistarono. I suoi reportages da Mosca fecero di lui uno dei giornalisti più influenti del tempo. Nel 1932 la sua serie di articoli sui successi della collettivizzazione e sul piano quinquennale gli fece vincere il premio Pulitzer. Poco dopo Roosevelt, allora governatore di New York, invitò Duranty nella sua residenza ufficiale di Albany, dove il candidato democratico alla presidenza lo subissò di domande. «Stavolta ho fatto io le domande. È stato affascinante» avrebbe detto Roosevelt a un altro reporter. Con l’aggravarsi della carestia Duranty, come i suoi colleghi, dovette rendersi perfettamente conto della volontà del regime di nasconderla. Nel 1933 il commissariato del popolo agli Esteri iniziò a imporre ai corrispondenti di presentare una proposta di itinerario prima di ogni viaggio nelle province, e tutte le richieste di visitare l’Ucraina venivano respinte. I censori iniziarono anche a controllare i dispacci. (…) In una simile atmosfera pochi corrispondenti erano inclini a scrivere della carestia, anche se tutti ne erano al corrente (…). La riluttanza di Duranty a scrivere della carestia era forse particolarmente forte, e getta dei dubbi sui suoi precedenti, lusinghieri servizi (che gli valsero il Pulitzer). Ma in questo egli non fu il solo. Eugene Lyons, corrispondente da Mosca dell’«United Press» e, in giovinezza, marxista entusiasta, avrebbe scritto anni dopo che tutti gli stranieri in città erano ben consapevoli di quanto stava accadendo in Ucraina, oltre che in Kazakistan e nella regione del Volga: «La verità che non cercavamo conferme di sorta, perché non avevamo alcun dubbio su quello che accadeva. Vi sono fatti troppo grandi per richiedere conferme di testimoni». […] Tutti sapevano, eppure nessuno parlava. Da qui la straordinaria reazione sia dell’establishment sovietico sia dei membri della stampa estera a Mosca alla bravata giornalistica di Gareth Jones. Jones era un giovane gallese; all’epoca del suo viaggio in Urss, nel 1933, aveva solo ventisette anni. Forse su ispirazione della madre che, da giovane, era stata governante in casa di John Hughes, imprenditore gallese che aveva fondato la città di Donec’k, aveva studiato russo, oltre che francese e tedesco, all’università di Cambridge. Poi aveva trovato lavoro come segretario privato di David Lloyd George, ex primo ministro britannico. Nello stesso tempo aveva iniziato a scrivere da freelance di politica europea e sovietica. All’inizio del 1932, prima che i viaggi venissero vietati, Jones (accompagnato da Jack Heinz II, erede dell’impero del ketchup) s’era recato nelle campagne sovietiche, dormendo in villaggi su «pavimenti infestati di cimici», ed era stato testimone degli inizi della carestia. Nella primavera del 1933 tornò a Mosca, questa volta con un visto concessogli soprattutto perché lavorava per Lloyd George (portava la stampigliatura «Besplatno», «Gratis», un segno di favore ufficiale sovietico). Ivan Majskij, l’ambasciatore sovietico a Londra, era particolarmente desideroso di fare impressione sull’ex primo ministro e aveva esercitato pressioni a favore di Jones. Appena arrivato, il giovane girò per la capitale sovietica, incontrando altri corrispondenti stranieri e funzionari. Lyons l’avrebbe ricordato come «serio, meticoloso, piccolo, […] il tipo di uomo che porta un taccuino e, senza vergognarsi, prende nota delle vostre parole mentre parlate». Incontrò anche Umanskij, gli mostrò un invito a rendere visita al console generale tedesco a Charkiv e chiese di potersi recare in Ucraina. Umanskij accondiscese. Così, con l’approvazione ufficiale, Jones partì per il sud. Salì su un treno a Mosca il 10 marzo, ma, invece di andare direttamente a Charkiv, scese una sessantina di chilometri a nord della città. Caricatosi sulle spalle uno zaino pieno di «molte pagnotte di pane bianco, burro, formaggio, carne e cioccolato comprati con valuta estera», s’incamminò verso Charkiv seguendo i binari della ferrovia. In tre giorni, senza alcuna scorta e nessun controllo ufficiale, attraversò più di venti villaggi e fattorie collettive all’apice della carestia (…). Jones dormiva sul pavimento in capanne contadine. Condivideva il cibo che aveva con la gente e l’ascoltava. «Hanno cercato di portarmi via le mie icone, ma io ho detto sono un contadino, non un cane» gli disse uno. «Quando credevamo in Dio eravamo felici e vivevamo bene. Quando hanno provato a fare a meno di Dio, siamo diventati affamati». (….) A Charkiv Jones continuò a tenere appunti. (…) Cercò anche di incontrare un collega di Umanskij, ma non riuscì mai a parlargli. Silenziosamente, uscì dall’Unione Sovietica. Pochi giorni dopo, il 30 marzo, fece la sua comparsa a Berlino a una conferenza stampa (…). Lì dichiarò che tutta l’Unione Sovietica era colpita da una grave carestia, e raccontò: «Ovunque si gridava “non c’è pane. Stiamo morendo”(….) “Aspettiamo la morte”: con queste parole mi davano il benvenuto. “Vede, abbiamo ancora del foraggio per il bestiame. Vada più a sud. Lì non hanno niente. Molte case sono vuote: la gente è già morta”» . (….) Sulla scia immediata della conferenza stampa di Jones, Litvinov vietò ancora più rigorosamente ai giornalisti di uscire da Mosca. (…) I giornalisti stranieri a Mosca s’infuriarono ancora di più. Tutti, è chiaro, sapevano che quello che Jones aveva raccontato corrispondeva a verità, e alcuni stavano già cercando un modo per raccontare la stessa storia (…). Gli altri membri della stampa estera, tuttavia, che dipendevano dalla buona volontà ufficiale, serrarono i ranghi contro Jones. Quanto accadde fu scrupolosamente raccontato da Lyons: «Smentire Jones fu il colmo delle cose poco belle che avessimo mai fatto per compiacere la dittatura sovietica, ma lo smentimmo unanimemente». (…) Indignato, Jones scrisse al direttore del «New York Times» una lettera elencando pazientemente le sue fonti – un enorme numero di interviste alle persone più varie, fra cui oltre venti consoli ed iplomatici – e attaccando i giornalisti stranieri a Mosca. (…) A questo punto la questione fu lasciata cadere. Jones non poteva competere con Duranty, più famoso, più letto e più credibile. Nessuno, inoltre, mise le affermazioni di quest’ultimo in discussione. Più tardi Lyons, Chamberlin e altri si sarebbero rammaricati di non averlo contestato più duramente. Ma all’epoca nessuno prese le difese di Jones, neanche Muggeridge, fra i pochi corrispondenti da Mosca che avevano avuto il coraggio di esprimere opinioni simili. Quanto a Jones, fu rapito e assassinato da briganti cinesi nel 1935 mentre era nel Manchukuo per scrivere dei reportages.

Anne Applebaum, Il Sole 24 Ore Domenica, 20 gennaio 2019