moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Casale – Memoria, l’intervista doppia

Noemi Di Segni e Carla Nespolo. Un’intervista doppia ma fatta in due tempi, separatamente, nel Giorno della Memoria, a Casale Monferrato. Ne emergono punti di vista diversi, ugualmente forti, strutturati. Che donano luce e prospettive diverse agli stessi temi, ma che hanno anche delle similitudini profonde. Su tutte l’importanza della verità storica, della conoscenza, il forte senso delle istituzioni e del dibattito democratico, e infine l’incondizionata fiducia verso il futuro, verso i giovani, verso i cittadini del domani.

Che cos’è per te, Noemi Di Segni, la Shoah? Cosa rappresenta per te?

NDS: Per me la Shoah è “tante storie di famiglia”, che mi sono state raccontate e trasmesse, fin dall’infanzia. È un concentrato di vite, storie e persone. Memorie di uomini e donne che fanno parte del mio vissuto familiare, che ho incontrato, spesso anche visitato per mio interesse, per la necessità di sapere, oppure di cui ho letto, di cui ho sentito narrazioni. Tanto che pur non avendo vissuto la Shoah come persona, come generazione, la sento dentro di me, la riconosco come parte fondamentale del mio essere. Una parte molto molto forte di me stessa.

Che cos’è per te, Carla Nespolo, la Shoah? Cosa rappresenta per te?

CN: È un orrore assoluto, è qualcosa che mi disgusta e mi spaventa allo stesso tempo – poiché documenta che l’essere umano può arrivare a compiere simili atrocità – e non dimentico che è figlia del razzismo. Dobbiamo ricordarci che per secoli si è creduto nell’esistenza delle razze, e nella distinzione fra razze superiori e inferiori. Quindi è anche una profonda ingiustizia. Nasce dal razzismo, dall’ignoranza e dalla volontà di potenza di alcuni, basta leggere il Mein Kampf per comprenderlo, però nasce anche dall’indifferenza di tanti. Mi raccontava Liliana Milliu, una deportata sopravvissuta, il suo ricordo delle persone che volgevano l’occhio dall’altra parte per non vedere quanto i deportati fossero magri e distrutti, mentre continuavano a parlare, a ridere.
L’olocausto è durato tanti anni, tanti anni senza che ci fosse una reazione popolare.
Per me la Shoah è anche questo: indifferenza. Ciò che noi dobbiamo combattere oggi.

Abbiamo ricordato come la Shoah abbia visto, storicamente e nel mondo, una connivenza di Stati nazionali, enti, istituzioni, solo in seguito tradottasi in una condanna univoca.
La condanna, per non restare fine a sé stessa, deve forse passare attraverso un riscatto sociale?
Qual è il riscatto sociale cui la società può ambire oggi?

NDS: Questo è il tema di “cosa si trasmette, e perché lo si trasmette”.
Prima di tutto c’è l’acquisizione di consapevolezza, il sapere che tutto questo è esistito, nella sua tragicità e complessità. Sapere che la Shoah è stata, che è verità, riconoscerla, studiarla, farla emergere nei suoi dettagli, questo è il primo passo necessario, da cui far nascere un percorso.
Soprattutto dobbiamo saperla identificare come una situazione grave oltre ogni cosa, di una tragicità assoluta. Anche se non abbiamo le risposte, “i perché”, occorre riconoscere che ci sono comportamenti umani che portano all’odio.
Allora sì, ha senso questo tema del riscatto, nel senso di un percorso che ci porta a ragionare, a interrogarci sulle cose che facciamo, ad essere spontaneamente, quotidianamente più attenti, più vigili, a non dare per scontato, a prendersi delle responsabilità.
Un percorso da cui impariamo non solo a vedere la Shoah come una nefasta pagina di storia ma che ci interroga sulle nostre responsabilità.
Serve riflettere e capire che ruolo si aveva al tempo, come istituzione, o come persona di una discendenza risalendo alle generazioni precedenti, comprendere qual è stata la responsabilità di ognuno. Se si comprende che tipo di responsabilità c’è stata allora, si comprende che tipo di responsabilità c’è oggi.
Certo nel frattempo il mondo è totalmente cambiato, è un mondo diverso, ma il tema degli esseri umani che ci vivono a fianco l’uno dell’altro, che sono persone con proprie vite che si accompagnano, è esattamente lo stesso.
Quindi il riscatto lo tradurrei come riconoscimento delle responsabilità di allora e delle responsabilità di oggi.

CN: Il riscatto passa prima di tutto attraverso la costruzione di quelli che io definisco “Atti di Comunione”, come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (10 dicembre 1948), e prima ancora la Costituzione italiana (1 gennaio 1948).
Atti che mettono al centro ciò che la Shoah ha violato alla radice, e cioè il Diritto della Persona, i Diritti Umani e i Diritti Civili.
Entrambe hanno il pregio di unire i Diritti Civili e i Diritti Sociali e, nello stesso tempo, i Doveri.
Fra i Doveri Fondamentali c’è il Dovere di Non essere Indifferenti, c’è il Dovere della Solidarietà.

Sinonimi e contrari. Qual è il contrario di razzismo?

NDS: Ovvietà. Non deve essere solo il “trasporto” verso gli altri.
Ognuno vive la sua vita ed è abituato a determinate “cose” ma è necessario dare per scontato che intorno a noi ci sono persone completamente diverse, che praticano altre religioni, che cucinano diversamente, che hanno passioni diverse. Quindi ovvietà, perché è l’ovvietà di essere autenticamente se stessi e di avere altre persone diverse da sè attorno. Siamo tutti diversi l’uno dall’altro, e questo è un valore ma è anche qualcosa per ovvio, è un principio fondamentale.

CN: Il contrario il lo trovo, sintetico e splendido, nella frase di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Se tu non sei razzista e sei capace di riconoscere l’altro, e nell’altro un po’ di te allora puoi amare ciò che ti circonda, non sei razzista verso la vita. Questo è fondamentale.

Pensavamo che la democrazia – la democrazia italiana, la democrazia europea, la democrazia mondiale – avesse degli anticorpi che ci tutelassero dal ripetersi di quello che invece noi oggi vediamo emergere. Quale anticorpo dobbiamo recuperare e su questo investire per tutelare la democrazia?

NDS: Un tema oggi è proprio quello del filo rosso, molto fine, che distingue una situazione di allarme da una situazione di preoccupazione. Ci chiediamo quand’è che la somma di uno, più uno, più uno, più uno di comportamenti inaccettabili diventa un pericolo realmente preoccupante.
Questa è una domanda cui è difficilissimo rispondere. Ma se riusciamo a comprendere che la situazione è preoccupante, allora dobbiamo ascoltare quell’allarme e affrettarci, non possiamo tardare come abbiamo fatto allora.
Quindi la domanda da porci è, innanzitutto, se stiamo già in quell’area di preoccupazione.
Due sono i percorsi sul quale lavorare proprio in temi di anticorpi.
Quello educativo culturale, specialmente con i bambini, perché anche ai bambini piccolissimi si possono spiegare e trasmettere molte cose.
Non mi riferisco alla cultura elitaria, al capolavoro artistico. Abbiamo già visto che anche il mondo che ha creato i capolavori più emozionanti non è stato in grado di garantire “l’umanità” delle persone.
Intendo “cultura del convivere”, del sapere “stare in mezzo alle altre persone” ecco perché è importante attivare progetti dedicati ai bambini e ai giovani, nel contesto scolastico certo, ma non solo, anche familiare, sociale.
Il secondo percorso è quello che riguarda la giustizia e la filiera della legalità. Che riguarda il rigore del contesto normativo. Dobbiamo salvaguardare i presidi di legalità già esistenti, i riquadri normativi, non sottovalutarli, anzi rafforzarli. A partire dalla Costituzione certo, ma non solo.
Ciò su cui è urgente lavorare è la normativa che riguarda i reati di odio, di razzismo, tutto il versante che riguarda l’antisemitismo, veicolati dai gruppi di neofascisti, neonazisti. Gruppi che non riescono a essere bloccati nelle maglie normative perché la legge fa riferimento ad una serie di requisiti che oggi non sono il vero elemento di pericolo, il vero tema.
Per esempio oggi il problema che ci poniamo di fronte a questi gruppi neofascisti e neorazzisti non è se vogliono costituire un partito fascista o meno. Il problema reale è l’odio che seminano e la violenza che esercitano. Purtroppo su quello non c’è una vera barriera normativa.
Gli anticorpi di cui abbiamo bisogno quindi, sono strumenti culturali e leggi maggiormente capaci di rispondere alle criticità e ai pericoli contemporanei.

CN: Io sento di avere il dovere di essere anche ottimista. Ci sono degli anticorpi della Democrazia. Penso a tutto ciò che è solidale, fraterno, a ciò che esiste fra le persone in questo mondo e in questo momento. Voglio fare un esempio, piccolo ma importante. Quando questo Governo, che per molti versi sta facendo una politica razzista , ha sgomberato il Baobab e la gente ha dormito per strada, c’è stata una rete di volontari che al mattino portavano a queste persone una cosa calda e un pane. Un giorno c’è stato il divieto di dare il latte caldo ai bambini ma le persone hanno agito lo stesso.
Allora ci sono due tipi di persone: quelle egoiste, e dall’egoismo deriva il razzismo, e quelle altruiste e dall’altruismo deriva l’umanità.
Anche in Polonia, abbiamo visto sfilare 20mila persone inneggianti al razzismo però quando hanno ucciso il Sindaco di Danzica, proprio perché combatteva contro queste politiche, si sono riempite le strade per lui e per i valori che incarnava.
Noi come Antifascisti Italiani abbiamo fatto un incontro con tutte le forze Antifasciste Europee per organizzare un grande incontro a Berlino e dire che c’è anche “Un’Altra Europa”.
Siamo contenti dell’ultima Direttiva Europea che dichiara che le radici dell’Europa sono antifasciste, certo sarebbe stato meglio che lo affermasse prima, ma meglio tardi che mai.
Non dobbiamo pensare che sia tutto perduto, soprattutto i giovani non lo devono fare. I giovani devono prendere il nostro testimone. Noi l’abbiamo raccolto dai nostri nonni, quelli che sono sopravvissuti alla deportazione, quelli che hanno combattuto nella Resistenza, ora dobbiamo passarlo, e i giovani devono essere forti, e raccoglierlo a loro volta.

Il Giorno della Memoria si porta dietro, ormai da anni, il tema della trasmissione del ricordo.
Il tema di “come raccontare con la stessa pregnanza, la Shoah in assenza dei testimoni che l’hanno vissuta direttamente?”. Come possiamo farci carico di questa trasmissione in cui la testimonianza passa da essere diretta a essere indiretta?

NDS: La natura umana è così, gli anni passano e prima o poi, presto purtroppo, non avremo più i testimoni diretti intorno a noi.
Dobbiamo cercare di fare tutto il possibile per raccogliere le loro testimonianze così da avere modo di riascoltarle, anche se non dal vivo, anche se non nel momento in cui vengono pronunciate, ma dando ai testimoni diretti il modo di avere una voce oltre allo scorrere del tempo.
Non sarà mai come toccare una persona con mano, ma con progetti di qualità visiva e audio si può ottenere molto.
Dobbiamo creare, riconoscere, individuare e dotarci di una serie di strumenti e percorsi che messi assieme creino la possibilità, la capacità, di conoscere e di sapere.
Possiamo concepire spazi di musei e nuovi monumenti, percorsi di didattica, accompagnare le persone a visitare i campi di sterminio e di concentramento, investire in un’arte dedicata, continuare a studiare, a ragionare, a parlarne in diversi contesti. Ad esempio l’iniziativa Run for Mem, la corsa per la memoria, è un approccio di energia, di vita e di vitalità.
Non c’è un percorso che sia meglio dell’altro, né alternativo, sono tutte queste strade messe insieme che creano un puzzle di trasmissione della Shoah. È una sfida, forse impossibile, ma bisogna crederci, non darà i frutti subito ma bisogna seminare. Io ho ricevuto tante storie, tante memorie, tanti libri e testimonianze, che si sono stratificate, che mi compongono, che sono una parte importante della mia identità. Ho fiducia nei bambini e nei ragazzi e sono certa che raccoglieranno la storia e continueranno a seminare.

CN: A Casale Monferrato è stata inaugurata la mostra fotografica “Medicina Eugenetica e Shoah”, realizzata dall’Università di Roma “La Sapienza” in collaborazione con l’UCEI. La curatrice Silvia Marinozzi ha citato un’iniziativa bellissima, l’associazione “Testimoni dei Testimoni”, definizione di Marco Revelli.
Sappiamo che questo è un passaggio molto difficile, perché il testimone diretto ha una sua forza di convinzione naturale. Recentemente, Marco Fiorentini, grande matematico, ebreo, che a Roma ha festeggiato i suoi 100 anni, ci ha detto una cosa incredibile. Ha detto: “Voi non mi interessate molto, a me interessano solo i bambini dai 9 ai 15 anni”. Lavorate con loro, lavorate con le nuove generazioni, i testimoni ci lasciano un’eredità, una memoria, dobbiamo raccogliere la loro voce e trasmetterla ai cittadini del futuro. La contemporaneità ci offre anche nuovi linguaggi che sono una risorsa in questo senso. Come Anpi, abbiamo avviato un progetto con Gad Lerner, che è di intervistare i partigiani e i sopravvissuti per creare un grande archivio, raccogliendo tutte le voci che riusciremo a coinvolgere. Un archivio per chi verrà dopo di loro e dopo di noi. Un archivio per il futuro.

Daria Carmi

(30 gennaio 2019)