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Ticketless – Il figlio del Rabbino

alberto cavaglionLeggo in ritardo la eccellente monografia che Massimiliano Boni ha dedicato lo scorso anno a Lodovico Mortara (Il figlio del Rabbino. L. Mortara, storia di un ebreo ai vertici del Regno d’Italia, Viella ed.). È la biografia di un grande vecchio dell’ebraismo, un personaggio che va avvicinato a Alessandro D’Ancona, Tullo Massarani, Alberto Cantoni. Avvocato, docente universitario, magistrato, infine nel primo governo Nitti ministro Guardasigilli. Soprattutto “figlio” del grande rabbino di Mantova, Marco Mortara.
Boni ci restituisce un profilo completo, ma non trascura di ricordare il ruolo cruciale di Mortara nella storia degli Ebrei italiani. In particolare il ruolo scomodo che si trovò a ricoprire nel controverso capitolo fiorentino-sionista del Comune ebraico. Nell’infuocata Italia del primo dopoguerra, quell’episodio ricorda l’esperienza dannunziana di Fiume. In nome dei principi del liberalismo Mortara intervenne per raffreddare l’estremismo dei fiorentini così come Giolitti pose fine con la forza alle intemperanze di D’Annunzio (nelle cui fila militarono non pochi ebrei). Agli ebrei fiorentini, che lo contestavano, Lodovico Mortara ricorda la sua storia, il suo cammino nella Nuova Italia. Boni, forse, avrebbe dovuto saccheggiare di più la breve ma intensa e pochissimo conosciuta autobiografia. Ha il valore rappresentativo di un’epoca, la pagina davvero emozionante, anche sul piano stilistico, in cui Mortara descrive il suo cammino verso la libertà narrandolo su due piani paralleli: la memoria di un versetto di preghiera “Adonai lì, lo irà” (Iddio è con me e non temerò) e la libera interpretazione di Inferno XXIV, 55: “Non basta da costoro essere partiti”. L’esortazione di Virgilio a Dante, prima dell’uscita da Malebolge è interpretata in chiave di uscita dalle ristrettezze del ghetto: “Non posso dire l’emozione provata; presi subito un foglietto e vi ricopiai quelle terzine, fino a ‘se tu m’intendi or fa sì che ti vaglia’ – per conservarmele quasi come un talismano. Ogni verso sembrava avere un significato per la mia situazione: il ‘non basta da costoro essere partiti’ mi diceva non solo il mutamento di vita e d’ambiente, il voltar le spalle alla memoria della professione, ma anche l’allontanamento da quella comunità ebraica che per mille ragioni mi si era resa insopportabile, e che cagionava a mio padre varie ragioni di dispiacere. Il vincere l’ambascia, mi dava conforto per le angustie economiche piombate in quei giorni sulla famiglia (…). Il più lunga scala era… un augurio; ma quell’augurio l’accoppiavo con l’Adonai lì lo irà, di pochi giorni innanzi. Che io non creda alla ingerenza di dio nelle cose umane, e soprattutto nelle cose private, e ignori serenamente che cosa significhi la parola dio non impediva quel certo effetto di ristoro morale che l’insieme di codesti segni m’infondeva”.

Alberto Cavaglion