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Una delle iniziative israeliane che mi piacciono particolarmente è “Giveback” (https://www.giveback.co.il). Prima di tutto l’espressione è efficace: “dai indietro”, ossia “prendi coscienza di aver ricevuto qualcosa e sii pronto a ridarne una parte”. Assai più profondo che semplicemente “offri!”. Ma di cosa si tratta? Giveback è una piattaforma di finanziamento collettivo dove ognuno può lanciare un progetto e chiedere che lo stesso sia finanziato da tanti piccoli o piccolissimi donatori. Ovviamente i progetti possono essere i più svariati, ma in genere sono di utilità sociale. “Dare alla comunità al fine di dare”, dice il sito. La sensazione di partecipare a finanziare un’idea che piace o per la quale si provi affinità o empatia è bellissima. Ancora di più mi sembra esserlo il concetto che anche chi ha pochissimo possa partecipare, sentendosi così parte attiva nella società. Partecipare è dare, non (solo) ricevere. Nelle parole di Eddie Jaku -sopravvissuto alla Shoà- girate sui social negli ultimi giorni si legge: “quando avevo 8 anni mio padre mi disse: Eddie, c’è maggior piacere nel dare che nel prendere!”. Mi sembra che questo ricalchi molto bene il modello sancito dal Talmud per il quale “perfino un povero che si sostiene con ciò che riceve in tzedaqà (beneficenza), deve a sua volta fare tzedaqà” (TB, Ghittìn 7b): una persona che non dà, non fa parte del consesso sociale e ciò è inammissibile per i nostri Maestri.

Michael Ascoli, rabbino