Società – Tifoserie malate, necessario agire
Gli adesivi con Anna Frank giallorossa opera di alcuni sostenitori della Lazio hanno rappresentato uno shock, aprendo un confronto a tutti i livelli. Ma le tifoserie del calcio italiano sono in realtà malate da tempo, nessuna (o quasi) esclusa. E il recente caso degli ululati razzisti a Koulibaly, il fortissimo difensore del Napoli preso di mira per la pelle nera, ne sono una ulteriore conferma. L’ultimo di una serie di episodi troppo spesso sottovalutati, derubricati a “ragazzate” o a “intemperanze di pochi idioti, poche mele marce”. E invece il problema è serio, tremendamente serio. E non si può più far finta di niente. Qualcuno se n’è accorto, altri forse ancora no. “Che io sia diventato un simbolo contro il razzismo da un lato mi fa piacere – ha detto il difensore senegalese in una intervista per i media del Napoli – ma mi rattrista tanto perché se nel 2019 ancora dobbiamo lottare per far affermare certi valori di tolleranza, significa che abbiamo fatto passi indietro. Io a mio figlio certe cose non ho bisogno di insegnarle, perché ha dentro il rispetto degli altri, al di là del colore della pelle. E mi piace accompagnarlo a scuola, perché i bimbi non fanno differenze. Possiamo essere diversi, ma siamo tutti uomini. Dovremmo imparare dai bambini. E credo che proprio il lavoro nelle scuole sia il più importante”. Nella stessa intervista, Koulibaly ha ricordato la partecipazione al forum “Equal Game” della UEFA organizzato insieme alla società partenopea nel liceo Agnesi di Milano. Un’occasione per riflettere a più voci sul problema del razzismo: i cori violenti e discriminatori contro atleti di colore, omofobia, rancore etnico, antisemitismo. Tema quest’ultimo affrontato in un intervento dal giornalista di Pagine Ebraiche Adam Smulevich, che ha portato alcuni esempi recenti ma anche vicende che affondano le radici nei drammi del Novecento, ricordando in particolare le figure di Raffaele Jaffe, Giorgio Ascarelli e Renato Sacerdoti sviluppate nel suo libro “Presidenti”. Voci e punti di vista diversi, una richiesta comune: è il momento di agire, con repressione senza sconti di comportamenti inadeguati da parte delle autorità competenti e con l’intensificazione di iniziative pensate per i più giovani. Un altro protagonista di quella giornata, il presidente dell’associazione calciatori Damiano Tommasi, in una intervista al Corriere dello sport ha indicato la strada da seguire: “All’estero non hanno insegnato come comportarsi ai tifosi che facevano cose sbagliate. Hanno cambiato… i tifosi, nel senso che non hanno più fatto entrare i violenti negli stadi. L’Inghilterra in questo senso deve essere un modello. Le società possono decidere chi entra nei loro impianti grazie al codice di gradimento. Così i delinquenti andranno altrove a fare disastri. Fuori dagli stadi invece ci vogliono pene certe per chi infrange la legge. Basta con la tolleranza. Non è possibile morire mentre si va a una partita di pallone”. Messaggi in linea con un altro amico della redazione di Pagine Ebraiche, l’eroe del Mundial ‘82 Marco Tardelli, che nello speciale dossier dedicato al calcio uscito a Mondiali in corso aveva pure lui individuato nel modello inglese l’unica soluzione. Modello spesso evocato e mai attuato. Eppure, la lista degli episodi che hanno suscitato indignazione è lunga. I cori antisemiti di cui spesso si sono occupate le cronache in questi anni, appannaggio non solo delle frange più estreme dei sostenitori laziali. I “buu” a Koulibaly e, prima ancora di lui, l’ossessione sviluppata da alcuni ultrà nei confronti dei vari Thuram, Muntari, Winter. Per non parlare di Zoro, il calciatore del Messina che a un certo punto ha scelto di reagire e di lasciare il campo in segno di protesta (strada poi seguita da Muntari). O ancora, tornando indietro nel tempo, ma neanche troppo, il manichino impiccato del nero Ferrier che fu il benvenuto di alcuni tifosi razzisti dell’Hellas Verona sugli spalti del Bentegodi. Per non parlare del “sei uno zingaro” che interi settori di curva hanno cantato negli anni all’Ibrahimovic di turno. Ibra poi, quasi galvanizzato da tanta idiozia, regolarmente puniva gli avversari con giocate e reti spettacolari. Ma il problema non lo cancella certamente il talento. “Il calcio è in grado di parlare a tantissime persone. E il discorso razzista va bloccato a tutti i costi perché è estremamente pericoloso: sbocca sempre nella violenza, sempre. È un discorso di morte” ha tuonato appena poche settimane fa Thuram, impegnato su questo fronte anche attraverso una fondazione ispirata al seguente concetto: “Per poter distruggere i nostri pregiudizi è importante capire come sono nati. La nostra società deve assimilare il semplice concetto che il colore della pelle, il genere, la religione, la sessualità di una persona non ne determinano affatto l’intelligenza, la lingua che parla, le abilità fisiche, la nazionalità, quello che le piace o che detesta”. C’è del marcio in Serie A (e anche in B e più in basso, per la verità). E il momento di intervenire è adesso.
Pagine Ebraiche, febbraio 2019