…movimento

Che cosa hanno in comune le persone costrette – dalla guerra, da una legislazione che le priva di alcuni o tutti i diritti, dalla fame, dall’assenza di lavoro o dall’incapacità di vedere un futuro – a lasciare la propria casa e quelle che sentono di trovarsi a casa solo quando tengono una valigia in una mano e un biglietto aereo o ferroviario nell’altra? Non molto forse.
A trent’anni dalla morte di Bruce Chatwin, i libri dello scrittore viaggiatore sono probabilmente meno popolari rispetto a quando una generazione di giovani sognava di percorrere zaino in spalla le steppe della Patagonia e i deserti dell’Australia centrale. I libri di Chatwin sono oggi meno visibili, forse, anche perché sono penetrati in profondità e, una volta assorbiti e divenuti parte del bagaglio culturale collettivo, contribuiscono a tracciare percorsi che ci sembrano tanto ovvi da non riuscire a riconoscerne i punti di partenza. In questi trent’anni non è diminuita quella sensazione di irrequietezza che porta a chiedersi, con Chatwin, “che ci faccio qui?”, e le persone che vivono una parte non piccola della propria vita in viaggio sono aumentate. È il nostro mondo, pieno di persone, di idee, di oggetti e merci, ad essere in continuo movimento. Il nomadismo, per Chatwin, è una scelta (talvolta dettata da condizioni esterne come povertà o conflitto), ma è soprattutto una condizione esistenziale che determina lo statuto dell’uomo nel mondo. Un frammento di pelle di un animale preistorico della Terra del fuoco è un indizio sufficiente per partire (In Patagonia), i canti degli aborigeni la mappa per orientarsi in un territorio sterminato (Le vie dei canti), la lettura della Via per l’Oxiana di Robert Byron il viatico per inoltrarsi nelle valli selvagge dell’Afghanistan (Anatomia dell’irrequietezza). La sedentarietà, come quella di due gemelli gallesi che non si sono mai allontanati dalla casa dove sono nati più di qualche chilometro (La collina nera), racchiude di conseguenza la classica eccezione alla regola.
Se anche le ragioni per cui gli uomini si muovono – dal turismo a una minaccia che mette in pericolo la vita – sono diverse, il gesto è lo stesso. Così accostati, ecco gli sciiti descritti da Erodoto, gli unni, i mongoli e i turchi che dalle immense steppe dell’Asia centrale penetrano all’interno dei confini dell’Europa e le moltitudini di persone che oggi vediamo affacciarsi sul Mediterraneo in quella che è l’ultima tappa, e di solito non la più difficile, di un esodo epocale. Le grandi rivoluzioni, scrive Chatwin, da quella di Mosè a quella di Mao in Cina e oltre, avvengono in movimento.

Giorgio Berruto