NARRATIVA Un processo a Norimberga
Giovanni Grasso / IL CASO KAUFMANN / Rizzoli
Oscar Giovanile nel 1940 dopo il Mago di Oz e una nomination come migliore attrice nel 1955 per “E’ nata una stella”, Judy Garland fu nominata di nuovo nel 1962 per un ruolo inquietante, in netto contrasto con i toni melensi delle sue grandi interpretazioni precedenti. In “Judgment at Nuremberg” – in italiano “Vincitori e vinti” – Stanley Kramer raccontava infatti il terzo processo di Norimberga sui giudici nazisti. Judy Garland è Irene Hoffman, una “ariana” che accusata di una relazione col vecchio ebreo Lehman Feldenstein è finita in carcere, mentre lui è stato addirittura ghigliottinato. Responsabile della condanna era stato il brillante giudice Ernst Janning, interpretato da Burt Lancaster, finora rimasto chiuso in un ostinato mutismo. Il brillante avvocato Hans Rolfe, interpretato da Maximilian Schell, celebra nei riguardi di Irene quasi un secondo processo, per dimostrare che effettivamente tra lei e Fedenstein c’era stata una relazione. Ma a quel punto Janning sbotta, gridando che non sopporta più quello che sta vedendo, e riconoscendosi colpevole. La storia era vera, anche se erano stati cambiati i nomi e alcuni particolari. In effetti la ragazza non aveva 16 anni ma 20, quando nel 1933 per dimenticare una delusione d’amore si trasferì dalla natia cittadina al confine con la Polonia a Norimberga. Lì cercò di affermarsi come fotografa, affidata dal padre a un vecchio amico, facoltoso imprenditore, ebreo. Ma il “particolare” non sembra interessargli troppo, nonostante nel frattempo Hitler sia giunto al potere. In realtà forse il rapporto non è proprio del tipo padre-figlia. Lui è un vedovo attratto dalla gioventù. Lei è disgustata dai modi brutali dei giovani nazisti, e non disprezza quel signore anziano ma gentile e raffinato. Ma il rapporto affettuoso non diventerà mai fisico, le insistite maldicenze non forniscono la prova risolutiva, e proprio per questo il caso sarà affidato a un magistrato pronto a tutto pur di arrivare alla sentenza esemplare che il regime vuole. Giornalista parlamentare e consigliere di Sergio Mattarella per stampa e comunicazione, Giovanni Grasso racconta di aver scoperto questa storia vent’anni fa, e di aver subito deciso di farne un romanzo. Lo stesso turbamento all’origine della decisione, però, ha portato a dover aspettare tutto questo tempo, prima di riuscire finalmente a concludere il libro. Anche lui ha cambiato i nomi dei personaggi. Quelli principali qui diventano Lehmann Kaufmann e Irene Seidel. Nella postfazione ricorda però i nomi veri: Lehmann Katzenberger e Irene Seiler.
Maurizio Stefanini, Il Foglio, 6 marzo 2019