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…paura

La notizia era di quelle che finiscono su giornali e telegiornali di tutto il mondo e infatti, non senza alcune imprecisioni e semplificazioni, è stato proprio così. Neanche a dirlo, ha avuto grande risalto sui media israeliani. Mi ha lasciato perplesso, dunque, non vederla riportata neanche di sfuggita su questo notiziario che pure, comprensibilmente, è di solito attento a monitorare quello che accade in Israele. Unica parziale eccezione l’articolo di David Sorani pubblicato martedì nella sezione delle opinioni, in cui però il riferimento a quanto è accaduto è poco più di uno spunto per una riflessione personale su alcuni dei motivi teorici della contesa.
Questi i fatti in sintesi. Venerdì scorso 8 marzo, in occasione di Rosh Chodesh (Capomese) e alla vigilia di Shabbat il gruppo di donne ebree osservanti “Women of the Wall – Nashot haKotel” (ne fatto parte donne che fanno riferimento a varie denominazioni ebraiche: ortodossa, conservative, reform) si è radunato per pregare nella sezione femminile presso il Kotel (Muro occidentale) a Gerusalemme, come è uso fare da trent’anni. Le Donne del Muro hanno subìto però l’aggressione di migliaia di haredim (spesso impropriamente definiti “ultraortodossi”), donne e uomini in gran parte giovani e spesso studenti di yeshivot (scuole per lo studio di testi tradizionali ebraici) che avevano la chiara intenzione di impedire loro di pregare. Alcuni filmati mostrano gli sputi, gli spintoni, i calci e gli sguardi carichi di odio, le kippot e i talledot strappati di dosso e gettati a terra. Anche alcuni uomini presenti nella molto più grande sezione maschile di fronte al Kotel e solidali con le Donne del Muro sono stati aggrediti; tra questi anche Yizhar Hess, direttore esecutivo del movimento conservative in Israele. La polizia, sempre presente in prossimità del piazzale di fronte al Kotel, è intervenuta, secondo chi ha denunciato l’aggressione, in modo scoordinato e in grave ritardo, lasciando di fatto mano libera agli aggressori; per questo le Donne del Muro hanno chiesto al governo di aprire un’inchiesta che ne accerti le possibili inadempienze.
Fin qui i fatti, quello che segue è invece il mio pensiero. Non è mancato chi, in Israele e altrove, ha parlato di “provocazione” da parte delle Donne del Muro. A volte chi lo ha fatto ha omesso di esprimere un giudizio sulle violenze, in altri casi le aggressioni sono state invece definite chiaramente ingiustificabili. È davvero così difficile, di fronte alle violenze condotte in modo esplicito in un luogo tanto significativo per l’ebraismo tutto, condannare e basta, senza sentire il bisogno di fare immediatamente dopo distinzioni ambigue, senza sotterfugi, senza “ma” e senza “però”? Evidentemente sì: per molti è difficile. Mi auguro quanto meno che chi sceglie di seguire questa linea sia consapevole del fatto che, così facendo, indebolisce irreparabilmente il proprio giudizio di biasimo sulle violenze e sui violenti, che anzi vengono in parte giustificati, un po’ come “compagni che sbagliano” nei modi, ma che in fondo si pensa abbiano ragione o almeno siano ispirati da nobili fini.
In secondo luogo, l’accusa di “provocare” rivolta a un gruppo di donne che rivendicano dei diritti è troppo vecchia perché, pensando alle innumerevoli occasioni in cui è stata ed è ancora utilizzata, non faccia suonare un campanello d’allarme. Proprio questa accusa è stata il cavallo di battaglia, per esempio, di chi combatteva le suffragette, che un secolo fa lottavano per il suffragio femminile, cioè il diritto di voto. Ed è ampiamente utilizzata da chi oggi a tutte le latitudini indica in certi modi di vestire appariscenti il motivo di stupri e violenze, grandi e piccole, ancora enormemente diffuse. È evidente che siamo di fronte a un ragionamento che rovescia le responsabilità dall’aggressore sull’aggredito e, così facendo, giustifica di fatto l’aggressione.
Infine, ritengo che casi come quello fin qui descritto siano sintomatici di uno stato d’animo ben noto, la paura. La paura che qualcosa cambi, o forse che molte cose cambino, quella stessa paura capace di portare allo scoperto sentimenti latenti, magari dietro l’incoraggiamento di cattivi maestri. La paura che salda il fanatismo di chi, per convinzione autoreferenziale, ritiene di essere portatore di verità inconcusse con l’imposizione ad altri, la prevaricazione, l’aggressione. Una paura che forse non ci sarebbe se, nel profondo del cuore, i violenti non sapessero che molte cose sono già cambiate.

Giorgio Berruto