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Società – L’estrema destra in ascesa e il paragone col fascismo

PEUna questione controversa affiora con intensità intermittente nel dibattito politico di questi mesi, di fronte al crescente consenso che idee, movimenti e partiti della destra non liberale vanno incontrando sullo scenario internazionale. Come va concettualizzata, definita e trattata quella sindrome fatta – in proporzioni variabili – di pratiche di violenza e di odio razziale, di demonizzazione della diversità (culturale, religiosa, sessuale…) e negazione dei diritti, di sovranismo e antisemitismo, di anti-intellettualismo e disprezzo dell’interlocutore come strumento di lotta politica, di intolleranza e suprematismo, che va tristemente riscuotendo tanta fortuna? È fascismo? Qual è, in particolare, il significato da attribuire a questa nozione, e dunque quale l’applicabilità di essa al momento presente? Si tratta di tutt’altro che una questione banalmente terminologica – e quindi di semplice scelta fra designazioni diverse – ma di un problema che investe piuttosto, direttamente, il piano dell’analisi politica e la prospettazione del futuro, soprattutto in un paese in cui partiti e formazioni politiche di massa richiamantesi al passato fascista hanno goduto fino a non molti anni fa di un seguito consistente. Molti commentatori sostengono che il fascismo designa una precisa individualità storica, con proprie modalità di sviluppo e di affermazione, con specifiche determinanti e forme di espressione, che non possono essere estese ad altre fattispecie. In questo senso, come ogni fatto storico, il fascismo costituirebbe una unicità, ed il riproporlo nel momento presente come categoria interpretativa di processi in atto condurrebbe inevitabilmente a errori e fraintendimenti. Anzi: il ricorso a questo riferimento servirebbe a nascondere in realtà un vuoto di analisi, a liquidare frettolosamente con diagnosi precostituite fenomeni di tipo diverso. L’obiezione a questa sorta di purismo storiografico è però relativamente facile. Se l’uso del termine fascismo dovesse essere riservato unicamente alla storia, cioè ad uno specifico e dunque irripetibile complesso di avvenimenti al di là del quale diventerebbe ambiguo o privo di senso, la medesima cautela andrebbe usata rispetto a una infinità di altre nozioni, costitutive del linguaggio politico corrente, come quella di rivoluzione o di schiavitù, le quali nello stesso modo rimandano a fatti e concettualizzazioni definite e per così dire «chiuse» nel tempo. Il linguaggio politico, come in realtà ogni linguaggio possibile, è fatto di parole comuni, nel senso che per essere utilizzabili e comprensibili esse non possono riferirsi unicamente a specifici monumenti della storia e diventare insensate in ogni altro caso. Se cosi non fosse, l’uso che si tende a fare della nozione di populismo – assai fortunata nel mercato delle parole di moda – per fare un altro esempio, andrebbe allo stesso modo criticato, tanto distante è oggi il significato di questo termine da quello che gli attribuiva a suo tempo il paternalismo rivoluzionario del piccolo gruppo di intellettuali della Russia zarista che lo ha inventato. «Popolo» è oggi un concetto politicamente, sociologicamente e culturalmente del tutto diverso da allora, designando soggetti, processi, identità e condizioni completamente da ridefinire. La ragione per cui il termine «populismo» andrebbe semmai cancellato dal vocabolario dell’analisi politica sta precisamente nel fatto che si tratta di un concetto assai meno univoco, fondato e preciso – e dunque comprensibile – di quanto non apparisse, a cavallo fra il XIX ed il XX secolo, ai teorici della «Volontà del Popolo». Altri commentatori d’altra parte parlano insistentemente di «ritorno» del fascismo e del «riemergere» di esso: non solo nei contenuti, nelle strategie e nei progetti della rivendicazione politica, ma anche nei modi di espressione di essi, nelle relazioni e negli atteggiamenti. Che il fascismo non costituisca soltanto una categoria politica, ma anche un complesso di modalità espressive, relazionali e comportamentali è fuor di dubbio. Nel loro studio sulla Personalità autoritaria – uno dei grandi classici della ricerca sociologica internazionale, promossa nel 1950 dall’American Jewish Committee – Adorno e i suoi collaboratori dedicano moltissima attenzione, oltre che – come è ben noto – alla misurazione dell’antisemitismo, anche all’elaborazione della «scala di fascismo»: diversi item di questo strumento, relativi a opinioni e forme di interazione nella sfera civica e nella vita quotidiana, tornerebbero utili anche oggi per “misurare” la propensione al fascismo come tratto della personalità. Tutto ciò ha però assai poco in comune con il “fascistometro”, che un settimanale a larga diffusione ha recentemente proposto ai suoi lettori. Parlare di “ritorno” del fascismo suggerisce l’idea ingenua di una riproposizione sempre identica a se stessa di contenuti, linguaggi e ideologie, e quindi quella del confronto quasi meccanico fra il passato ed il momento presente. È precisamente lo schematismo implicito nel riproporre semplicemente l’analogia fra ora e allora a rendere questo tipo di affermazioni non sempre credibili. Supporre una identità che semplicemente si ripete, in un mondo in cui è nel frattempo cambiata ogni cosa, si configura effettivamente come carenza di analisi, come invettiva dalle armi spuntate e polemica inefficace, anche se la sindrome contro cui si rivolge esiste davvero, ed è ogni giorno visibile in mille modi. Il fascismo non è né un inconfrontabile reperto del passato né una maschera sempre uguale a se stessa, che appaia e scompaia a intermittenza sulla scena. In quanto strumento interpretativo della realtà è assai più conveniente pensarlo piuttosto nei termini del modello analitico. Max Weber, il grande sociologo tedesco della modernità, parla a questo proposito di ideal tipo. Né immediata “riproduzione” della realtà, né risultato di una “generalizzazione”, ma piuttosto concettualizzazione di un insieme di caratteristiche tipiche con il quale è possibile confrontare criticamente una realtà storica in mutamento continuo, cogliendone senza forzature le specificità e connettendole in un quadro interpretativo fluido ma coerente. Un simile procedimento mostrerebbe che, con le dovute distinzioni e calibrature, non è affatto necessario inventare – per la sindrome di cui si parlava, che si sta facendo strada e che preme in molti modi per invadere lo spazio pubblico – qualche iperspecializzato neologismo. Dopotutto, se la storia servisse soltanto alla storia, non sarebbe gran cosa.

Enzo Campelli, Sociologo
Pagine Ebraiche, marzo 2019