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Re d’Israele

claudio vercelliDella prevedibile vittoria di Benjamin Netanyahu si possono dire molte cose. Già ne sono state dette alcune. Altre si aggiungeranno di qui ai prossimi giorni. Ma è bene partire non dalla specificità della sua figura politica o dalle dinamiche interne ad Israele, che pure hanno avuto un’incidenza inoppugnabile nel determinare il risultato elettorale, quanto da alcuni elementi di sistema. Il primo di essi è che anche a Gerusalemme il «compromesso socialdemocratico» che aveva goveranto a lungo i destini del Paese è definitivamente tramontato. Se mai ce ne fosse ancora una qualche ragione nell’interrogarsi su di esso. Infatti, laddove con una tale espressione si definivano gli equilibri tra Stato e società, in economie di mercato dove il primo interveniva per redistribuire alla collettività parte della ricchezza prodotta, oggi siamo ben di fuori da una tale prospettiva. Tanto più si parla di confini, di sovranità e di identità nazionali, tanto maggiore è l’incertezza che ruota intorno a queste parole. Incertezza non di significati ma di destini. La globalizzazione erode le sicurezze e chi sa farsi (e manifestarsi) come attento, partecipe ma anche rassicurante rispetto a queste angosce, si può garantire un buon spazio politico. A patto di volere rappresentare i ceti che si sentono sconfitti o retrocessi dagli effetti del cambiamento. Non si tratta di un voto regressivo ma di una pluralità di voti che cercano una figura protettiva. Netanyahu si è rivelato capace di assolvere una tale funzione, al pari di altri leader che, nel mondo, si sono incamminati su questa strada. Che lo si chiami, oramai stancamente, populismo o in altro modo, è tuttavia il segno di una trasformazione sempre più pronunciata della democrazia sociale, in Israele come in buona parte dei Paesi a sviluppo avanzato. Ciò che resta della sinistra storica, riformista e istituzionale, che ha concorso per trenta e più anni, dal secondo dopoguerra in poi, a modellare lo Stato e, con esso, la società israeliana, è consegnato ad una condizione di autoassedio, dal quale potrà uscire in un solo modo, ovvero riformulando radicalmente le sue ragioni sociali, quelle per cui dovrebbe continuare ad esistere. Poiché l’alternativa è invece quella di estinguersi, consegnandosi a mera funzione testimoniale. In sé legittima ma politicamente improduttiva. Benny Gantz, d’altro canto, ha contribuito, del tutto consapevolmente e volontariamente, a svuotare una parte di ciò che residua dell’insediamento elettorale laburista, puntando sia sullo smarrimento di una parte dei ceti medi – che comunque guardano con disagio all’identitarismo di cui la destra si è fatta paladina, anche da posizioni secolarizzanti – sia sul richiamo, del tutto prevedibile, alla concentrazione del voto “utile”. Ma Gantz era già azzoppato in partenza, non avendo una solida alleanza con la quale presentarsi dinanzi all’elettorato non solo per dare vita al “partito più votato” bensì alla coalizione alternativa a quella di Netanyahu. Quando durerà Kachol Lavan, soprattutto cosa produrrà politicamente, essendo un patchwork di elementi, si incaricherà di dirlo il tempo. Tuttavia, poste le premesse a tutt’oggi esistenti (soprattutto la voluta mancanza di un progetto politico dai chiari contorni, poiché Gantz non è mai stato realmente antagonista a Netanyahu ma piuttosto competitivo ad esso, occupando un spazio politico che è quello della destra moderata), è difficile pensare che potrà essere un temibile avversario per il futuro leader, il quale dovrà invece governare una coalizione di maggioranza che si rivelerà sicuramente aggressiva e non facilmente riconducibile a comuni denominatori qualora faccia un accordo con i partiti che stanno alla sua destra. In altre parole, Netanyahu avrà già il suo bel da fare all’interno di casa propria. La tentazione di spostare al di fuori di essa l’asse dei conflitti, negoziandoli su questioni tanto divisive ed oppositive quanto disposte poi ad essere risolte con appelli plebiscitari e carismatici, come nel caso del tema dell’identità israeliana, potrebbe quindi prendere il sopravvento. Se non altro poiché in tale modo si ridisegneranno, di volta in volta, i rapporti di forza interni alla coalizione che governerà la ventunesima legislatura. Ancora una volta, tuttavia, in Israele come in altri paesi, si è capito che vince chi rappresenta una collettività diffusa, composta anche e soprattutto da elettori tra di loro molto diversi ma accomunati dal bisogno di avere una plausibile prospettiva dinanzi alle inquietudini del presente. Il differenziale positivo, per Netanyahu, non è offerto da un Paese con il vento in poppa sul piano economico, molto meno isolato politicamente di quanto non lo fosse anche solo ancora pochi anni fa, snodo della globalizzazione: ciò che lo ha premiato, infatti, è stata la capacità di raccogliere il voto proprio di coloro che, a torto o a ragione, si sentono ingiustamente esclusi dai benefici di questa trasformazione. All’osservatore superficiale può apparire una contraddizione, ma solo se continua a ragionare sulle vecchie e consunte coordinate della destra e della sinistra, con il loro posizionamento tra capitale e lavoro, laddove invece una parte dei ruoli si sono invertiti. La nuova destra, infatti, si è candidata un po’ ovunque, quindi anche al di fuori di Israele, e con buoni margini di successo, a rapprentare e mediare i processi di plebeizzazione che si accompagnano al consolidarsi di economie della conoscenza e dell’informazione, in sé estremamente complesse, stratificate ed esclusiviste. Il fuoco della divisione è nella dinamica tra élite e ceti della globalizzazione (non solo i grandi ricchi ma una ben più estesa upper class, che ha beneficiato dell’uniformazione prodotta dai nuovi rapporti sociali di produzione nonché dalla redistribuzione mondiale della ricchezza) e i territori dell’esclusione materiale. Che sono ben presenti anche nello Stato ebraico. Netanyahu, come i leader della destra postindustriale, coniuga abilmente mercato a sofferenza sociale, individualismo a plebiscitarismo, carisma personale a insofferenza per le mediazioni istituzionali (anche se è un mediatore provetto sul piano politico, abilissimo e scafatissimo nel ruolo che gli si confà come un abito sartoriale fattogli su misura). È come se dicesse ai suoi elettori, così come ai suoi eletti: “senza di me non potrete esistere”. Un richiamo tanto più forte dal momento che di molti dei suoi avversari, a partire dall’esangue sinistra israeliana (la quale partecipa ad una doppia crisi: la prima legata al venire meno della sua rappresentatività in casa propria; la seconda al declino collettivo delle sinistre riformiste nel mondo a sviluppo avanzato), oramai la maggioranza degli elettori pensano che si possa comunque fare a meno senza per questo avvertire il rischio di perdere qualcosa di proprio. Un tale processo socioculturale, prima ancora che politico, è stato definito come «orientalizzazione» d’Israele, essendo segnato dal distacco dalla necessità di rifarsi al sistema di valori del liberalismo occidentale e, al medesimo tempo, dalla necessità di raccogliere il voto dei mizrachim, che non sono solo più quello specifico segmento della popolazione israeliana di origine orientale ma semmai un più ampio complesso di soggetti la cui identità comune è il cercare di affermare la propria soggettività proveniendo da esperienze e culture che non hanno un saldo ancoraggio con i modelli politici europei. Non è quindi un caso che, anche al netto delle vicende giudiziarie in cui è chiamato in causa, un fronte sul quale si giocherà la nuova legislatura, che verrà inaugurata a breve, sarà il conflitto costante tra esecutivo e giurisdizionale. Laddove il primo cercherà di vincolare le prerogative di autonomia e di garanzia che quest’ultimo assolve costituzionalmente. È questo il vero orizzonte sul quale la coalizione a venire cercherà di disegnare la sua forza politica. Ma tutto ciò, da sé, non basterebbe comunque per capire in maniera esaustiva cosa sta accadendo. Poiché, come sempre in questi casi, la partita si è giocata (e si continuerà a giocare) su più piani comunque interconnessi. Netanyahu si inscrive, a buon titolo, nel novero di quel ceto politico che è emerso negli ultimi venticinque anni, a livello internazionale, e che fonda la sua ragione politica sulla consapevolezza che se da un lato il multilateralismo delle agenzie internazionali (a partire dall’Onu) si è oramai consumato, necessitando di una nuova stagione di rapporti bilaterali, al medesimo tempo la politica si è sempre più rarefatta, vedendosi restringere il campo di decisioni sulle quali può pensare di contare per davvero. Oggi lo Stato non condiziona l’economia, semmai è questa che condiziona quello. Netanyahu lo sa, al pari di altri leader dallo stile populista e identitario, e non si attarda su posizioni che riconosce essere infeconde, cercando semmai di ridisegnare lo spazio a venire della discrezionalità decisionale su cui, poi, giocare il suo ruolo e quindi perpetuarlo. Anche per questo guarda ad Est, con Putin; gioca un ruolo nell’asse che si avvantaggerebbe dai processi di disgregazione dell’Unione europea; considera – e a ragione – il Medio Oriente non solo come un campo di vincoli ma anche di opportunità, avendo investito sulle monarchie sunnite; è vicino agli Stati Uniti di Trump ma non scommette su lunghe durate e neanche su partnership esclusiviste, sapendo che Israele dovrà misurarsi sempre di più con la presenza cinese nel Mediterraneo (in Africa è già un dato assodato). Detto questo, al netto di altro che andrebbe poi ancora aggiunto, rimane la constatazione che la “questione palestinese”, nell’agenda politica israeliana, sconta una crescenta marginalità. Quanto meno, risulta ridimensionata. Il tema della pace, vissuto da alcuni settori dell’elettorato come ancora importante, sia per ragioni di equità con la controparte araba sia per la tenuta del pluralismo democratico interno, verrà prevedibilmente riformulato alla luce degli interessi, ora sufficientemente rappresentati alla Knesseth, dei residenti negli insediamenti in Cisgiordania (Giudea e Samaria) e in previsione di una diversa configurazione territoriale da quella ancora vigente. A consolidare un tale possibile esito è anche la disaffezione – in sé comunque una scelta piena di conseguenze – degi arabi israeliani rispetto al voto. Il non avere optato per delle alleanze con Gantz, magari veicolandole attraverso rapporti ed accordi ad hoc, invece ritirandosi sull’Aventino dell’astensione diffusa (solo il 40% degli aventi diritto si è recato alle urne, a parte quanti tra di loro da molto oramai votano per la destra, punto e basta), nell’immediato ha indebolito il concorrente di Netanyahu ma sul lungo periodo renderà ancora più impotente la voce araba in casa israeliana. Proprio la controversa legge su Israele come «Stato nazionale del popolo ebraico», che enfatizza l’elemento particolarista dell’identità collettiva, al pari del richiamarsi all’ebraismo come fattore esclusivista nella definizione politica (non in quella giuridica) della cittadinanza, avrebbe invece dovuto dare fiato alle trombe di un’opposizione calcolata e indirizzata all’obiettivo di neutralizzare questi indirizzi. Così invece non è stato, mentre è prevedibile che il controcanto, ancora una volta, sarà il richiamarsi nel ruolo di vittime impotenti per propria stessa scelta. La politica si fa con le alleanze, non con le lagnanze. Questo, in fondo, è il vero asso nella manica del vincitore di questa tornata.

Claudio Vercelli

(14 aprile 2019)