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Lo shabbaton UCEI a Senigallia
Umorismi a confronto

SenigalliaStudio della Torah e attività ricreative, letture dal Pirkè Avot e un confronto aperto su vari temi di interesse generale. Per il weekend dal 24 al 26 maggio UCEI e Comunità ebraica di Ancona propongono uno speciale Shabbaton in programma a Senigallia, rivolto a grandi e piccini.
Tra i protagonisti Cyril Aslanov, ex-allievo dell’École Normale Supérieure e già professore di linguistica all’Università Ebraica di Gerusalemme. Oggi insegna linguistica all’Università di Aix-Marseille, è membro dell’Institut Universitaire de France e dell’Accademia della lingua ebraica. Collabora inoltre attivamente con il Centro di Cultura Ebraica dell’Università di Stato di San-Pietroburgo.
Aslanov, che è autore di numerosi studi e libri, sarà chiamato a confrontarsi con David Meghnagi, assessore alla Cultura UCEI, su umorismo ebraico e israeliano.

Per maggiori informazioni: cultura@ucei.it

Umorismo ebraico e umorismo israeliano

Per molti aspetti, la cultura neo-ebraica dello yishuv della Palestina e dello Stato di Israele si è costituita come la negazione dialettica della cultura ebraica tradizionale delle Diaspore. L’umorismo dei sabra non fa eccezione a questa regola. La cultura pionieristica dei kibbutzim e quella cittadina di Tel-Aviv si svilupparono sotto l’influenza dei modelli russi popolari non ebraici, l’unica alternativa alla cultura ebraica tradizionale che la maggioranza degli ebrei dello yishuv fosse in grado di conoscere. Due esempi di questa influenza (spesso nel contesto paramilitare del Palmach e poi nei ranghi di Tsahal) sono: il canto satirico Halkhah Dunia la-kibbuts, “Dunia è andata nel kibbutz”, rielaborazione di una canzone folkloristica russa sull’incontro della semplice contadina Dunia con degli allegri fabbri; nella versione ebraica il nome Dunia rimane, ma la situazione è trasposta in un contesto militare israeliano. La canzone hayoh hayu shnei ḥaverim “C’erano una volta due amici”, ebraicizzazione di una canzone sovietica su due soldati di cui uno, ferito a morte, non dimentica di bere un bicchierino di vodka prima di rendere l’anima.
Le cose cambiarono in una certa misura con l’arrivo massiccio di immigranti provenienti dal Medio Oriente e dal Maghreb, a partire dal 1948. L’establishment ashkenazita cercò di sdrammatizzare lo shock culturale che derivava dall’incontro di ebrei così diversi fra loro, con un umorismo caustico e liberatorio che spesso derideva il particolarismo etnico, arrivando persino all’autoironia. Negli anni ‘50–‘60, i maggiori rappresentanti del giovane umorismo israeliano erano ebrei ungheresi arrivati in Israele subito dopo la Shoah: il famoso scrittore e regista Efraim Kishon (Kishont/Hoffmann Ferenc) e i non meno famosi caricaturisti Dosh (Gardos/Goldberger Karl) e Zeev (Ya’akov Farkas).
La stampa, il teatro, il cinema, la radio e più tardi la televisione permisero all’umorismo israeliano, sintesi paradossale fra lo spirito sabra antidiasporico e l’eredità diasporica (non necessariamente est-europea, come dimostra il ruolo di ebrei ungheresi centroeuropei nella nascita di una vena satirica specificamente israeliana) di reinterpretare l’attualità politica movimentata degli anni ‘60–‘80 (guerre e tregue, crisi politiche ripetute, inflazione galoppante) con una vis comica senza indulgenza né tabu. Il famoso trio costituito da Shaike Levi (Yeshayahu Levi), Poli (Israel Poliakov) e Gavri (Gavriel Banai) e conosciuto col nome di “Ha-gashash ha-ḥiver” (“Il pallido inseguitore”) è stato alla ribalta della scena culturale israeliano per quasi quattro decenni (1963-2000), con il suo umorismo essenzialmente verbale che, fra le altre cose, mirava a delegittimare l’uso di un ebraico troppo libresco.
L’umorismo israeliano si è manifestato inoltre attraverso tre canali principali: il cinema, la stand-up comedy e le scenette comiche come “Ha-ḥamishiyah ha-kamerit” (“Il quintetto da camera”), “Ktsarim” (“Brevi”), “Eretz nehederet” (“Paese meraviglioso”), “‘Avodah ‘aravit” (“Lavoro arabo”). In questi capolavori di cinismo caustico, i fenomeni sociali e i più recenti sviluppi politici vengono reinterpretati in modo esilarante e senza minimamente curarsi della censura. La serie “Ha-ḥamishiyah ha-kamerit” ha tuttavia scatenato reazioni di protesta da parte dei sionisti religiosi che si sentivano offesi dal modo caricaturale in cui erano rappresentati.
L’aggressività dell’umorismo israeliano si può attribuire alla natura originariamente rivoluzionaria dell’ethos sionista. Per allontanarsi dall’ebraismo diasporico è stato necessario sacrificare molti valori sull’altare della rimessa in questione permanente, dando il via a una sorta di processo continuo. L’energia necessaria per creare l’uomo nuovo israeliano a un certo punto ha finito per rivolgersi contro sé stessa. Anche l’uomo nuovo israeliano è diventato quindi bersaglio della satira che aveva diretto contro l’antico ebreo diasporico, senza con ciò implicare necessariamente un ritorno all’identità del passato. L’umorismo israeliano è l’espressione lieve di una dinamica più complessa e profonda che dal sionismo, ancora legato ai suoi ideali, conduce all’atteggiamento post-sionista, critico dell’ebraismo diasporico, del sionismo e di Israele.
Due manifestazioni dello spirito postsionista meritano di essere menzionate nell’ambito di questo breve affresco dell’umorismo israeliano. Il primo è la serie “‘Avodah ‘aravit”, già menzionata sopra, iniziata nel 2007 e durata fino al 2013. Lo sceneggiatore, lo scrittore arabo israeliano di espressione ebraica Sayed Kashua, ha vissuto in prima persona l’ibridazione culturale fra l’identità araba palestinese e l’integrazione nello Stato ebraico e ne mette in scena, con umorismo distaccato, le contraddizioni. Inventa quindi uno scenario di armonica convivenza tra ebrei e arabi in uno stesso palazzo. Già il titolo “Lavoro arabo” nasconde un gioco di parole, con il quale Kashua intende schernire i pregiudizi israeliani nei confronti degli arabi: l’espressione, in gergo israeliano, significa infatti “Lavoro malfatto”.
Un’altra serie molto emblematica del cinismo iconoclastico di cui è capace l’umorismo israeliano è “Ha-yehudim ba’im” (“Gli ebrei arrivano”), nella quale la storia ebraica e quella dello Stato di Israele vengono riviste in modo volutamente irriverente. È importante ricordare che questa vena di umorismo diretta contro la storia ebraica ha dei notevoli precedenti nella letteratura della Haskalah, l’Illuminismo ebraico.
In conclusione, l’umorismo israeliano che nasce come una negazione dialettica del passato ebraico e diasporico si inserisce, forse senza esserne pienamente consapevole, in una tradizione ben radicata della letteratura ebraica. L’unica eccezione in questa continuità è la serie “‘Avoda ‘aravit” nella quale si mette a fuoco la percezione che un arabo israeliano può avere della società costituita da una maggioranza ebraica alla quale si è assimilato o cerca di assimilarsi.

Cyril Aslanov

(1 maggio 2019)