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Nel condominio Europa

emanuele calòL’Europa non va bene, l’Europa esagera, l’Europa ci ignora. È questo il tormentone. L’Europa trattata a stregua di uno Stato estero e non come un’entità sovranazionale di cui siamo magna pars.
L’Europa è paragonabile ad un grande condominio, del quale l’Italia è titolare di tantissimi millesimi, per dire, quasi gli stessi della Francia che, secondo la vulgata, governerebbe l’UE assieme alla Germania (la c.d. Framania). Sennonché, se diserti le riunioni del “condominio”, oppure se tendi ad occupare i posti di lavoro più modesti oppure, peggio ancora, se consideri le istituzioni europee come un ripiego, nelle quali mandare il personale meno qualificato o meno motivato, devi poi rassegnarti ad essere puntualmente scavalcato. Se, per esempio, gettassimo uno sguardo all’Accordo di associazione tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e l’Ucraina, dall’altra (GUUE 29 maggio 2014, L 161/3) vedremmo che nella sezione riguardante le restrizioni nazionali agli acquisti immobiliari L 161/1660) mentre gli Stati che conoscono detti limiti hanno avuto cura di menzionarli, l’Italia, benché abbia un sito ministeriale applicativo dell’art. 16 disp. Prel. c.c., che prevede la c.d. condizione di reciprocità, si è ben guardato dal menzionarla. Per contro, altri Stati come la Francia, che prevedono siffatta condizione in alcuni settori, hanno avuto cura di citarla. Se noi partecipiamo in modo poco reattivo, poco proattivo, se i mali e le ingiustizie ai nostri danni che lamentiamo non li abbiamo mai o quasi mai denunciati, se non abbiamo mai protestato, se siamo andati a rimorchio degli altri Stati anche perché non avevamo una legislazione interna all’altezza (ad esempio, la Fiat ha stabilito una sede nei Paesi Bassi perché la loro disciplina societaria è più vantaggiosa di quella nostra) con quale coraggio possiamo poi lamentarci? Certo, dare la colpa al prossimo è uno sport diffuso; in Latinoamerica tutto quel che accade è, tradizionalmente, colpa degli USA. Ma come stanno adesso in America Latina? Assumersi le proprie responsabilità è molto scomodo ma scaricare le proprie colpe sul prossimo non è certo un atteggiamento commendevole. Basterebbe poco a stare meglio, ma quel poco è incompatibile con le ripetute inerzie.

Emanuele Calò, giurista