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“Le diversità di genere esistono.
Gli ebrei ortodossi aprano gli occhi”

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“Israele è una delle società più inclusive al mondo per la comunità lesbica, gay, bisessuale e transgender (LGBT). Israele protegge in modo risoluto i diritti dei suoi cittadini gay e la comunità LGBT è rappresentata nelle più alte sfere e in tutti gli aspetti della società israeliana”, afferma il sito del ministero degli Esteri israeliano. E ancora: “La Rivoluzione Gay degli anni ’80 ha portato il pieno riconoscimento dei diritti della comunità LGBT israeliana così come l’uguaglianza legale e sociale per gli individui e le famiglie. Oggi, Tel Aviv è considerata la ‘capitale gay del Medio Oriente’, grazie alla sua fiorente comunità LGBT, che svolge un ruolo integrante nella società israeliana”. Tel Aviv, da anni, è una delle mete preferite dal mondo LGBT, come affermava con orgoglio Avital Kotzer Adari, direttore dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo a Milano, in una recente dichiarazione in occasione del Gay Pride nella città israeliana, dove avevano partecipato 250mila persone. “Il mercato LGBTQ continua a crescere e Tel Aviv ne è diventata il simbolo, proprio per la sua capacità di accoglienza, in ogni giorno dell’anno. – le parole di Kotzer Adari – L’importanza di questo settore è testimoniata dai molteplici operatori che continuano a promuovere Tel Aviv come meta Gay friendly, con un’offerta sempre nuova e articolata”.
In questo quadro di grande integrazione, suggerire come ha fatto il ministro dell’Educazione israeliano Rafi Peretz, che le “terapie di conversione” all’eterosessualità siano “possibili” non poteva che generare una protesta trasversale. Il rabbino e politico del partito Destra Unita, duramente condannato anche dal Primo ministro Benjamin Netanyahu (“Le cose che il Ministro della Pubblica Istruzione ha detto sulla comunità gay sono per me inaccettabili e non riflettono le posizioni del governo che dirigo”, ha scritto Netanyahu), ha poi ritrattato quanto affermato in un’intervista, dichiarando di essere contrario alle “terapie di conversione”.
Il caso ha riportato l’attenzione su una discussione di più ampio respiro: il rapporto tra ebraismo e omosessualità. Su queste pagine così scriveva rav Michael Ascoli riferendosi a una parte del mondo ortodosso in cui “il problema dell’omosessualità viene vissuto come un problema lacerante: il contrasto fra il divieto netto ed esplicito della Torà e la conoscenza personale di persone genuinamente omosessuali è forte e può essere evitato solo facendo finta di non vedere il problema oppure negando che lo sia, seguendo due strade opposte eppure simili nel loro approccio sprezzante: o la Torah è datata e irrilevante oppure l’omosessualità è un falso a cui non va dato peso. Vuoi il “vecchio” vuoi il “nuovo” non meritano neanche di essere considerati”. Il rav riporta poi come vi siano alcuni rabbini che da tempo si misurano con il problema “non necessariamente ritengono che possa trovarsi una soluzione, meno che mai la soluzione. Ma non ritengono di potersi esimere dalla ricerca. Così rav Lubitz, che ormai da almeno vent’anni si occupa del tema e ha anche un sito dedicato all’argomento, così rav Benny Lau in tempi più recenti, ed altri ancora”.
Un passo ulteriore è stato fatto dal rabbino israelo-americano Daniel Landes, fondatore e direttore dell’organizzazione Yashrut, che nel maggio scorso ha ordinato rabbino uno studente gay a cui la sua yeshiva ortodossa aveva negato questa possibilità. “Sono un rabbino ortodosso da molto tempo, e so che la mia decisione sarebbe stata accolta con shock ed esasperazione da molti membri della comunità ortodossa. – ha scritto in un editoriale sull’agenzia di stampa ebraica Jta rav Landes – Ma so anche che la nostra comunità ha disperatamente bisogno di rabbini ortodossi gay, e noi ignoriamo questo bisogno comune a nostro rischio e pericolo. Levitico 18:22, in cui si afferma che ‘non devi giacere con un maschio come fai con una donna: è un abominio’, non è stato cancellato dalla Torah. Ma questo comandamento biblico non ci dà la licenza di ignorare o abusare del significativo numero di ebrei diligentemente osservanti che sono LGBTQ. Purtroppo, – afferma Landes – questa è stata spesso la realtà. L’approccio ortodosso contemporaneo a queste persone, con poche e notevoli eccezioni, si è dimostrato inutile o addirittura dannosa”. Il rav afferma che per poter “sopravvivere” in una yeshiva ortodossa gli studenti gay non devono parlare apertamente del proprio orientamento sessuale e condanna severamente chi propone le “terapie di conversione”, definendoli dei ciarlatani. “Nessuno guarisce, molte persone si fanno male”.
Alternative a questa dannosa idea delle terapie, prosegue Landes, sono state altre soluzioni sbagliate: il celibato o costringere a sposare persone dell’altro sesso in modo che possano “imparare” ad essere eterosessuali. Sul primo punto, il rav scrive: “L’ebraismo è talmente orientato alla famiglia nucleare che l’essere single è considerato un peccato, o uno spreco, o al massimo una disgrazia. Il nostro unico caso di studio sul celibato forzato, la Chiesa Cattolica Romana, ha mostrato cosa può accadere quando si nega il bisogno umano fondamentale di intimità”.
Nel suo scritto, il rav fa autocritica, affermando di aver adottato a lungo l’approccio del “non vedo e quindi il problema non esiste”. Ma di essersi ora convinto che non si possano abbandonare gli ebrei religiosi LGBTQ perché altrimenti scompaiono dalle comunità e far finta che non esistano non è una soluzione al problema. “La legge del Levitico è pienamente in vigore, e noi ebrei ortodossi dobbiamo vivere secondo le parole dei Saggi e di tutte le autorità originali. – scrive il rabbino – Ma l’adesione all’Halakha (la legge ebraica) deve essere letta con occhi halachici, affrontando la realtà così com’è, non come vorremmo che fosse. E la realtà è che gli ebrei LGBTQ esistono e molti desiderano essere e sono halachicamente osservanti. Nessuna negazione o illusione cambierà questa situazione. Le presunte cure “mediche” sono imbrogli, e quelle sociali portano a risultati terribili”.
Landes ammette di non aver molte risposte ai temi halachici che vengono posti rispetto a questo tema ma, aggiunge, “so che l’empatia per gli ebrei ortodossi LGBTQ non è sufficiente: hanno bisogno di propri rabbini che siano ‘autorizzati’ a offrire interpretazioni sui testi, impegnarsi in discussioni giuridiche e prendere decisioni legali. Per dirla in parole povere: Dobbiamo ordinare rabbini ortodossi gay”. E ancora: “Nello stesso modo in cui i sefarditi si affidano ai saggi sefarditi, i Litvak ai loro Rosh Yeshiva, i Hasidim al rebbe e le donne hanno iniziato a porre domande di purezza rituale alle autorità femminili, gli ebrei LGBTQ dovrebbero essere in grado di rivolgersi a decisori halachici che comprendono veramente i loro bisogni e la loro prospettiva”.
In Gran Bretagna si è scelta una strada diversa per confrontarsi con l’argomento, passando dalla scuola. Il rabbino capo del Regno Unito, Ephraim Mirvis, ha infatti pubblicato nell’autunno scorso la prima guida per scuole ebraiche ortodosse per migliorare il benessere degli alunni LGBT. “I nostri figli devono sapere che a scuola, a casa e nella comunità, saranno amati e protetti indipendentemente dalla loro sessualità o identità di genere”, le sue parole nell’introduzione al testo, ideato assieme all’associazione LGBT ebraica KeshetUK. L’obiettivo è quello di sensibilizzare l’intera comunità, contrastare eventuali casi di discriminazione e tutelare il benessere dei giovani. “Siamo naturalmente consapevoli dei divieti della Torah, compreso il Levitico 18:22, ma quando il bullismo omofobico, bifobico e transfobico viene compiuto con la ‘giustificazione’ dei testi ebraici, si provoca un grande Chilul Hashem (profanazione del nome di Dio)”, ammonisce il rabbino capo di Gran Bretagna. “Chiunque dubiti che ci siano giovani LGBT+ nelle nostre scuole lasciati così isolati dal mettere la loro stessa vita in pericolo, non è semplicemente riuscito a cogliere la realtà che alcuni dei nostri studenti si trovano ad affrontare. Una ricerca di Stonewall indica che il 45% dei giovani transgender ha tentato di togliersi la vita e il 22% degli alunni lesbiche, gay e bisessuali ha fatto lo stesso. Naturalmente, – aggiunge il rav – non tutti gli studenti LGBT+ si sentiranno diffamati o soffriranno intollerabilmente per mano dei bulli, ma è chiaro che per molti è così. L’evidenza è che l’angoscia e il danno sarebbero ridotti se le comunità e le scuole comprendessero meglio i bisogni e le esperienze di vita dei giovani LGBT+”. L’invito della guida dell’ebraismo ortodosso di Gran Bretagna è dunque di confrontarsi con il problema e affrontarlo. “Spero che questo documento – le sue parole – costituisca un precedente per un rispetto autentico, nato dall’amore per tutti gli uomini nel mondo ebraico e memore del fatto che ogni persona è stata creata betzelem Elokim, a immagine di Dio”.

Daniel Reichel @dreichelmoked