Теснота, la vicinanza
Capita talvolta, se si è fortunati, di vedere un film di nicchia riuscito a intrufolarsi in circuiti cinematografici generalisti. In un caldo pomeriggio agostano a Milano ho visto Tesnota (“vicinanza” in russo). È l’opera prima del giovanissimo regista Kantemir Balagov: accolta in maniera entusiasta dalla critica, ha ricevuto anche importanti riconoscimenti internazionali. Nel complesso non riesco a unirmi al coro delle esaltate recensioni: probabilmente perché non sono un esperto e quindi mi sfuggono elementi formali e riferimenti culturali. Mi spiego: il film di frequente procede con estrema lentezza e a volte il filo conduttore si perde, la fotografia è intrigante, tuttavia non vengono fornite informazioni preziose che sono indispensabili allo spettatore per capire il contesto. In ogni caso l’opera è davvero molto interessante perché apre all’osservatore non indifferente un mondo del tutto sconosciuto ai più. Per esempio poco o nulla si sa in Italia, di una popolazione del Caucaso settentrionale, i Cabardi, e forse è ancora meno nota l’esistenza dei cosiddetti “ebrei delle montagne”, che ancora popolano alcune zone a nord della Georgia nonostante le consistenti emigrazioni degli ultimi decenni. A riportarci a dimensioni più familiari sono le parole dello stesso regista che così spiega in una recente intervista la sua scelta di incentrare il racconto (ambientato nella cittadina di Nalchik nel 1998) sulle vicende di una famiglia ebraica: “Disegno la mia storia attorno a due forti figure femminili, una madre e una figlia. Nelle famiglie di Cabardi o di Balcari non è possibile trovare simili caratteri. Si tratta di culture troppo patriarcali. Le famiglie ebraiche sono più matriarcali. È stata questa la ragione principale per cui ho scelto una famiglia ebraica. Inoltre – come nel film – anch’io avevo una relazione con una ragazza ebrea. E sua madre mi osteggiava, perché sono un Cabardo, e così ci siamo separati”. L’aspetto psicologico diventa così con ogni evidenza più riconoscibile anche per noi, e a quanto pare non dipende dal contesto geografico. Non racconterò qui la trama del film, che si dipana fra un matrimonio mancato, un rapimento, una serie di complicati rapporti inter e intra-familiari e una cruentissima pagina sulla guerra di Cecenia (zona limitrofa) con qualche accenno alla presenza di un consolidato antisemitismo di matrice islamista. Piuttosto, mi soffermo sul desiderio e la necessità di approfondire l’intreccio, complicato e intrigante, di comunità etniche, religiose e linguistiche la cui conoscenza può aiutarci a scardinare l’improbabile visione sovranista che oggi sembra andare per la maggiore. Lo slogan “padroni a casa nostra” non funziona proprio, in ogni caso necessiterebbe di un territorio dominato dalla purezza etnica. Al contrario, più ci si guarda intorno (anche grazie a questo film) e più ci accorgiamo che il mondo è popolato da miscugli ingarbugliati che ci chiedono solo di essere conosciuti e apprezzati per quel che sono. Nella loro originale e incantevole bellezza.
Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC