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“Vietato studiare, vietato insegnare”
Il ’38 e la genesi del genocidio

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Centinaia di documenti, oltre 700, che descrivono come il Ministero dell’Istruzione italiana applicò in modo pedante e puntuale le Leggi razziste promulgate dal fascismo nel 1938. Vietato studiare, vietato insegnare (Palombi Editori), curato da Vincenza Iossa e Manuele Gianfrancesco, è il frutto di un lavoro di ricerca sugli archivi del Ministero stesso e costituisce un prezioso punto di partenza per riflettere oggi, in modo consapevole, sulla portata dei provvedimenti antiebraici. “Tutti coloro che lavoravano nella cultura, dal docente universitario al bidello, dal direttore di biblioteca all’inserviente, tutti se ebrei vennero allontanati dal posto di lavoro. Dispensati dal servizio, il termine del linguaggio ministeriale utilizzato. Esclusi dalla vita sociale, dalla possibilità di studiare, lavorare avere una vita nel proprio paese”, ha ricordato nel suo messaggio il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, sottolineando l’importanza del volume – presentato anche dai curatori – come memoria storica di una ferita ancora aperta. “È abbastanza improprio che le Leggi del 1938 vengano collocate nell’ambito delle leggi discriminatorie perché trattano taluni in modo diverso. In realtà qui c’è qualcosa di molto peggio”, ha spiegato il giudice della Corte Costituzionale ed ex Primo ministro Giuliano Amato, presentando il volume a Roma alla Biblioteca della Consulta.
“Il fine della legislazione discriminatoria è sempre stato quello di assoggettare i discriminati al potere superiore di altri allo scopo di servisene, adibendoli a mansioni subordinate si tratti della donna, del nero.. Nelle Leggi del ’38 abbiamo l’eliminazione ad una aduna delle opportunità di vita: non puoi fare nulla, anche impiegarti non sarà consentito. Non puoi studiare, non puoi insegnare, non puoi avere proprietà, non puoi svolgere attività professionali.- ha spiegato Amato, affiancato nella presentazione dallo storico Michele Sarfatti, dal direttore della Biblioteca Antonmichele de Tura, e da Lea Polgar, che fu vittima della legislazione razzista – In questa legislazione è già insito lo sterminio, se tu porti qualcuno alla morte civile tu hai già in mente la morte di questo qualcuno. L’unico senso di ciò che stai facendo è questo ed è difficile pensare che quando accadrà tu non ne rispondi”. Un’analisi con cui lo storico Sarfatti si è trovato d’accordo, sottolineando nel suo intervento – a partire dalle carte del Ministero – l’ampiezza dell’effetto dei provvedimenti antiebraici sulla società italiana: “ovunque, per ogni persona di ‘razza ebraica’ allontanata ci fu una persona di ‘razza ariana’ beneficiata indipendentemente dal suo volere, dal suo pensare. Questi elementi ci ricordano quindi che una persecuzione, qualsiasi sia, coinvolge oggettivamente anche i non perseguitati e rende a loro per primi più difficile opporsi e contestare l’ingiustizia generale”. Non una giustificazione ma la dimostrazione della pervasività del progetto persecutorio, volto in ultima istanza all’eliminazione dell’ebreo dalla società, sostituendolo con altri la dove aveva un posto, un incarico, un ruolo, magari di insegnante o di studente. “Io nel 1939 avevo sei anni, dovevo cominciare la prima elementare e non potevo andare nella scuola della zona del mio quartiere – il racconto di Lea Polgar, la cui famiglia, profondamente colpita dalle persecuzioni, si trasferì da Fiume a Roma – Furono anni difficili, terribili, chi rimase a Fiume dei miei famigliari non sopravvisse. Noi abitavamo in una casa misera, non potevamo giocare con i bambini ‘ariani’ perché i loro genitori dicevano ‘no, non giocare con lei, è ebrea’. Io vedevo le altre ragazze vestite da piccole italiane e le invidiavo moltissimo: mi dicevo, ‘ma perché non mi posso divertire come quelle altre bambine?’”. Nel suo racconto, la crudeltà di quegli anni, passati poi a nascondersi dalla macchina persecutoria nazifascista, con falsi nomi e false identità. “Noi eravamo sempre chiusi, tutti zitti, io avevo cambiato nome: ‘Maria Lea Terenzini’. Poi arrivò la Liberazione e mio padre affitto una carrozza con i cavalli e disse a me, mia madre e i due fratellini : ‘voglio vedere tutta Roma. Ora possiamo cantare, gridare, possiamo dire di nuovo che siamo ebrei. Tu ti chiami di nuovo Lea Polgar, tu Tommaso, tu Giovanni. Io sono Francesco Polgar e farò di nuovo l’avvocato e la mamma farà di nuovo la mamma. E ritorneremo alla nostra vita normale”.

Daniel Reichel