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Matrimoni improbabili
e divorzi preventivi

claudio vercelliSe la politica è l’arte del possibile la costituzione del nuovo governo in Israele rischia di rivelarsi una sorta di “mission impossible”. C’è da sperare che la ventiduesima legislatura, quella inauguratasi con il risultato delle elezioni del 17 settembre, non risulti abortita come la precedente. I due ipotetici schieramenti contrapposti, quello di destra, capitanato da Netanyahu e quello che vedrebbe Blu e bianco di Gantz (una colazione di tre partiti, l’Israel Resilience Party, Yesh Atid e Telem, insieme ad un seggio coperto da un deputato indipendente) in pole position, come è abbondantemente risaputo non raggiungono da soli l’agognata maggioranza dei 61 seggi. Né riusciranno facilmente a farlo imbarcando altre forze, anche a rischio di compiere un improbabile collage parlamentare. L’indisponibilità di Lieberman è la vera pietra miliare di questo lungo stallo, che perdura dall’aprile scorso. Difficile confidare in un suo atto di “resipiscenza”, anche a fronte di eventuali concessioni da parte dei suoi corteggiatori. Poiché per Yisrael Beiteinu, che sta vivendo una sua seconda stagione politica, il veto sistematico nei confronti dei partiti religiosi (quest’ultima è un’espressione impropria ma, nella sua genericità, rimane l’unica in grado di definire gli interessi e la rappresentanza di una parte dell’elettorato israeliano che si riconosce nello Shas e nell’United Torah Judaism, prodotto di un cartello elettorale tra Agudat Yisrael e Degel HaTorah) è divenuta la sua ragione di esistenza. Peraltro premiante, avendo portato da cinque ad otto parlamentari la sua pattuglia alla Knesset. Coprire l’area, mutevole ma ampia, del malumore dei laici verso i non secolarizzati è l’obiettivo che il leader politico israelo-moldavo si è consegnato ed in tutta probabilità difenderà tale posizione con le unghie e con i denti. L’affidamento del mandato esplorativo a «Bibi il mago», quindi, non nasce da un atto di forza di quest’ultimo ma, piuttosto, dalla sua crescente fragilità. Non solo politica. Nelle prossime settimane, infatti, sarà costretto a contrattare con i potenziali alleati nella scomoda posizione di chi si trova contemporaneamente a dovere rispondere alla legge. Una condizione, quest’ultima che, al netto delle responsabilità che gli sono imputate, oggettive o meno che siano, poco o nulla piace agli elettori israeliani che, al pari degli americani, non gradiscono i politici che possono avere mentito. Lo spoglio e il riconteggio definitivo delle schede, nel mentre, ha assegnato un seggio in più al Likud, che ora ha 32 deputati. Ma la sostanza del discorso non cambia. Anche perché Reuven Rivlin prima di rivolgersi a Netanyahu aveva ricevuto il grande rifiuto di Benny Gantz ad un governo di coalizione. Kahol Lavan ha lasciato intendere che a fare deragliare la trattativa sia stato lo stesso leader del Likud, quando ha capito che un accordo avrebbe implicato la sua esclusione dal ruolo di primo ministro. In tutta probabilità, questo pronunciamento nasce da un preciso calcolo politico, ossia quello di sfiancare il premier incaricato, prima di scoprire le carte decisive. Una parte crescente del quadro politico israeliano, e con esso degli elettori, ritiene necessario archiviare il lungo periodo di premierato di Netanyahu. Ma per potere ridimensionare e poi tagliare le ali a quest’ultimo occorrerà un lungo periodo di combattimento politico. Esattamente le sei settimane di tempo (28 giorni effettivi più quattordici supplementari) che ha a disposizione per generare quella maggioranza invece al momento del tutto inesistente. Lo stallo si alimenta anche della sostanziale impoliticità di altri protagonisti. La lista araba, che raccoglie quattro partiti (Hadash, Ra’am, Balad e Ta’al) e che è stata premiata con 13 seggi, non ha una posizione univoca, essendo divisa al suo interno da identità e interessi molto diversi se non contrapposti. Non è un caso se dinanzi al pronunciamento del nome di Gantz nelle consultazioni con il presidente Rivlin, la componente del Balad si sia poi dissociata da quanto invece avevano indicato i loro omologhi arabo-israeliani. Era prevedibile, poiché il capitale elettorale arabo rappresentato alla Knesset rischia di essere sacrificato sull’altare delle dichiarazioni di principio; qualcosa del tipo: «non si dialoga con i sionisti», semmai ci si cura degli interessi della propria fetta di elettorato in un’ottica sostanzialmente separazionista. Non una novità. Che tuttavia taglia fuori quella parte di sinistra, ossia il Labor-Gesher e la Democratic Union (11 seggi in tutto), che potrebbe essere interessata ad un qualche accordo per sparigliare le carte sul tavolo, che altrimenti vedono la destra in un ruolo di primazia. Peraltro un tale atteggiamento ostile della componente araba era già stato ricambiato dalle dichiarazioni di Lieberman, che aveva definito la Joint List un soggetto politico «nemico». Alle reciproche incompatibilità si sommano anche i veti incrociati tra destra e sinistra che, al momento, si traducono in interdizioni ad ogni forma di accordo che non sia quella, numericamente impraticabile, della “piccola coalizione”, ossia quella di una sola ala politica. Così soprattutto tra il Likud e quei partiti che si collocano alla sua destra. Ma Benjamin Netanyahu, leader versatile e spregiudicato, anche se con essi ha firmato subito dopo le elezioni un accordo per un’unione di intenti nella contrattazione per la formazione dell’esecutivo, potrebbe al momento in cui lo reputasse opportuno venire meno a tale indirizzo, facendo quindi da sé. L’unica possibilità per uscire dal vicolo cieco è quindi quella di tornare sulla strada della grande coalizione che unisca, in un matrimonio di interessi tra coniugi recalcitranti e riottosi, Kahol Lavan, Likud e Yisrael Beiteinu. Lieberman si è candidato già da tempo, ben prima del 17 settembre, ad esserne l’officiante, evidentemente per imporre una serie di vincoli pro domo sua. Netanyahu ci starebbe ma a patto di vedersi garantita la rotazione dell’incarico di premier, anche per meglio coprirsi dalle vicende giudiziarie che lo chiamano in causa. Gantz al momento, come già si diceva, invece non è in alcun modo d’accordo, sperando che il tempo a disposizione – assai breve – giochi nel senso di sfibrare l’avversario. Che Blu e bianco debba scendere a patti con il Likud è pressoché certo. Con quale Likud, e con chi ne sia il leader, è invece l’esatto punto di stallo sul quale, al momento, le forze politiche si sono arrestate. L’alternativa ultima, altrimenti, sarebbe il tornare alla urne per la terza volta in un anno. Qualcosa che aleggia sul Paese come una specie di psicodramma politico. E che ci dice quanto Israele possa essere vicina all’Italia.

Claudio Vercelli