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I ragazzi dell’Avanti tutta

gvDue passi e una boccata d’aria alla vigilia del nuovo anno. Se le coincidenze o gli impegni familiari ti portano fino a Berlino, una pausa di riflessione prima di tuffarsi nella folla di alcune delle sinagoghe più vivaci d’Europa prende un significato particolare. Inutile cercare monumenti o scorci spettacolari, meglio arrendersi all’evidenza di una città magmatica, la cui bellezza è di essere calamita e orizzonte di tutta la gioventù europea, sogno da raggiungere per molti ragazzi italiani e laboratorio di crescita ebraica senza pari al mondo. Per questo, lontano dall’Unter der Linden, dalla Porta di Brandeburgo e dalla Alexanderplatz, i miei due passi avrebbero voluto rendere omaggio al massimo poeta che il mondo di lingua tedesca abbia mai conosciuto, l’ebreo di Düsseldorf Heinrich Heine.
Nel suo indimenticabile saggio che spiega come anima e cultura tedesca e anima e cultura ebraica non possano mai prescindere una dall’altra (Requiem tedesco, Storia degli ebrei in Germania) lo storico israeliano Amos Elon spiega che negli anni più bui della dittatura, nonostante i roghi dei libri, la persecuzione, l’assassinio e la cancellazione di ogni traccia di ebraismo, la poesia di Heine era talmente centrale, talmente necessaria e insostituibile, che non si riuscì mai a cancellarla dalle antologie scolastiche. Per evitare l’imbarazzo di ammettere quello che la cultura europea deve agli ebrei, non le parole eterne di Heine, ma solo la sua firma era stata cancellata e sostituita con la dicitura “autore ignoto”.
I gerarchi impazziti non potevano offrire migliore dimostrazione che quando cancella la propria matrice originaria l’Europa cammina cieca verso il baratro. Oggi la Heinrich Heine Strasse è un vialone che non potrebbe essere più anonimo fra Kreuzberg e Mitte, alle spalle del museo ebraico più dinamico d’Europa. Ma andare a camminare proprio lì, attraversare i suoi grandi spazi vuoti e incerti ancora segnati dalle cicatrici del muro che lo tagliava di netto, aiuta a incontrare la propria riflessione. Dove oggi il traffico scorre indifferente, passare dal settore orientale a quello occidentale della città è stato a lungo un sogno irraggiungibile. Proprio lì le guardie della dittatura comunista spezzarono senza pietà, nell’aprile del 1962, la vita del ventitreenne Klaus Brueske. Aveva tentato di sfondare la cortina di ferro lanciando a tutta velocità il suo autocarro contro il posto di confine. Un folle colpo di acceleratore, il salto verso il nulla. I compagni di avventura nell’urto spaventoso furono proiettati, feriti, ma salvi, a Berlino Ovest. Il corpo del ragazzo rimase senza vita nella carcassa del mezzo crivellato dalle pallottole. Altri 140 ragazzi di Berlino caddero dopo di lui invocando la libertà. Il muro, di cui a giorni si celebra il trentennale della caduta, era stato da poco innalzato. Avanti a tutta forza. Un colpo folle, un gesto inevitabile.
Quando la libertà suona le sue trombe non tutti sono capaci di restare indifferenti. Oggi la grande stampa europea proclama in copertina l’eroismo del comandante Carola Rackete. La trentunenne che chiamano il “Capitano Europa” infiamma i giovani nelle piazze e chiede a chi governa perché non ha risposto alla sua invocazione d’aiuto lanciata prima di sfondare a tutta forza, con un inesorabile colpo al timone della Sea Watch, il blocco del porto di Lampedusa. Non è qui la sede per definire le ragioni e i torti. Ma per dire che nel nuovo anno, se non vogliamo tradire la nostra anima di minoranza attiva e necessaria, dobbiamo augurarci di trovare anche noi lo slancio per procedere, con i nostri ideali, verso la libertà. Avanti tutta.

Guido Vitale, dossier Pagine Ebraiche di ottobre

(6 ottobre 2019)