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Sguardo ebraico e teshuvah

SoraniTempo di teshuvah, tempo di bilanci. Certo, l’esame di coscienza è innanzitutto una autoanalisi interiore e un chiarimento interpersonale. Ma forse è giusto, in questo periodo, sottoporre anche i miei piccoli pensieri settimanali a una revisione severa, doverosa e forse utile per chiarire a me stesso e ai lettori il senso e i limiti di alcune riflessioni. Sovente, in alcuni mesi di approfondimento, i temi che ho sollevato avevano apparentemente poco a che fare con l’ebraismo, sollecitati come erano dalla immediata spesso sconsolante realtà politica italiana o europea e legati a situazioni che non potevano non coinvolgerci direttamente in quanto cittadini. Di fatto però ho più volte cercato di cogliere in una prospettiva ebraica gli argomenti analizzati, nella convinzione che spesso tale dimensione sia ben presente sotto la superficie di tante situazioni anche apparentemente distanti o che comunque sia per noi ebrei inevitabile – e tanto più importante scrivendo per Pagine Ebraiche – gettare uno sguardo ebraico su ogni aspetto del mondo che ci circonda. Non so, in tutta onestà, quanto questo tentativo mi sia riuscito, anche perché in maniera opposta ho cercato di non chiudermi troppo nel “ghetto” di un’immagine esclusivamente identitaria.
Comunque sia, si tratta di piccole istantanee su alcuni aspetti della realtà in cui siamo immersi, occasione di analisi e riflessioni sul loro contenuto: la loro stessa natura allontana ogni pretesa di completezza.
Per portare un esempio concreto della (ai nostri occhi) “inevitabile” valenza ebraica di quanto si evolve intorno a noi, mi soffermo un attimo sulla recente sentenza della Corte Costituzionale che di fatto non considera reato l’aiuto fornito a chi, afflitto da patologie irreversibili, compie la scelta ultima del cosiddetto “suicidio assistito”. Non pretendo di affrontare qui nella sua vastità la complessa questione bioetica del “fine-vita”. In termini generali, questa delibera mi pare una vittoria di civiltà, capace di conferire piena dignità umana alla più dolorosa delle decisioni e di dare valore autentico alla dimensione della libertà, nella prospettiva di una visione laica dell’esistenza. Ma come interpretarla in un’ottica religiosa? La Conferenza Episcopale Italiana ha già fatto sentire il peso della sua netta, inevitabile, opposizione: l’uomo non può contribuire alla conclusione di una vita, quando la vita non gli appartiene ma è di esclusiva pertinenza divina; inoltre, non sarebbero proprie della Corte Costituzionale prese di posizione di carattere etico: come se – e questo mi pare davvero insostenibile – solo l’ottica religiosa potesse dirsi portatrice di valori morali.
E il punto di vista ebraico? Certo congruente con questa visione, anzi come è ovvio prioritario nella determinazione del potere divino sull’esistenza e dell’impossibilità umana di intervenire. E, come ogni cosa, anche questo nell’ebraismo diviene Halakhà, norma pratica di comportamento, dunque esplicito divieto. Tutto perfettamente comprensibile e in un certo senso condivisibile. Eppure mi chiedo: non è in fondo dissonante rispetto alla fattiva cura ebraica nei confronti della sofferenza, rispetto all’attenzione per le condizioni del malato, un’inappellabile condanna al dolore fisico, estinguibile solo con la morte naturale? E non è congruente con la vicinanza umana al paziente e con l’abitudine all’assistenza così legate alla condotta ebraica, l’interrompere un’insopportabile sofferenza quando non c’è speranza alcuna di miglioramento?
David Sorani

(8 ottobre 2019)