moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Israele, il ritiro Usa e la lezione curda
“Contiamo solo su noi stessi”

IsraelKurdMain

Dopo aver raggiunto l’intesa con il presidente turco Recep Erdogan per una tregua di cinque giorni nel nord della Siria, il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo si è recato a Gerusalemme per un incontro con il Premier israeliano Benjamin Netanyahu. Israele, come raccontano diversi analisti, guarda con preoccupazione agli scenari aperti dalla decisione del presidente Usa Donald Trump di ritirare le truppe americane dal paese governato dal dittatore Assad. Il primo effetto immediato di questa scelta è stata l’invasione turca del nord della Siria ai danni dei curdi. Un’azione condannata fermamente da Netanyahu così come da diverse voci ebraiche internazionali (dalle manifestazioni in Israele all’appello all’Italia della Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni) che hanno espresso solidarietà al popolo curdo. A Israele si è rivolto un politico curdo di Kamishlié – città a nord della Siria, al confine con la Turchia – per chiedere aiuto: intervistato dalla radio dell’esercito Galei Zahal, l’uomo ha chiesto l’aiuto dello Stato ebraico affinché agisca nell’arena diplomatica per salvare il popolo curdo”. Mentre Israele può fornire assistenza umanitaria ai curdi e anche esercitare pressioni diplomatiche, afferma Yossi Kuperwasser, ex ufficiale dell’intelligence dell’esercito, l’intervento militare è fuori questione. “Se i problemi non saranno risolti, l’intero Medio Oriente ne risentirà negativamente – le parole invece del politico curdo – Come risultato dell’offensiva turca, i terroristi [dello Stato islamico] sono fuggiti dalle prigioni. Se raggiungono i paesi della regione, saranno bombe a orologeria”. Dal punto di vista israeliano non è l’Isis a preoccupare ma il venir meno dell’effetto deterrente della presenza americana in Siria per gli appetiti dei nemici d’Israele. “Trump abbandona gli alleati senza batter ciglio e Israele rischia di essere il prossimo”, il titolo di un articolo di Yedioth Ahronoth di questa settimana (e citato dal Wall Street Journal per criticare Trump). “In questa storia bisogna fare un distinguo: Israele è in una situazione totalmente diversa dai curdi. Noi siamo in grado di difenderci da soli e garantire la nostra sicurezza, non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno – spiega a Pagine Ebraiche Yoram Schweitzer, esperto israeliano di terrorismo internazionale e già consulente dell’ufficio del Primo ministro d’Israele in materia di sicurezza – In più il fatto che Trump abbia deciso di lasciare la Siria non dovrebbe sorprendere. Ha annunciato da tempo le sue intenzioni e l’effetto principale del ritiro americano, tra l’altro sconsigliato a Trump dai suoi stessi consulenti, è la perdita di influenza a livello globale degli Stati Uniti; la loro capacità di deterrenza si sta riducendo e paesi come Russia, Cina, Arabia Saudita ne approfittano”. Il problema, aggiunge Schweitzer, che in Siria ne hanno approfittato anche i nemici diretti di Israele: “anche se gli americani avevano pochi soldati sul terreno nella Siria settentrionale, averli fatti partire è un brutto segno per noi. Permette infatti all’Iran di continuare nel suo piano di costruirsi un corridoio di influenza che passa dall’Iraq e arriva al Mediterraneo”. Il ritiro americano per il momento non ha toccato tutta la Siria, afferma l’analista militare di Haaretz Amos Harel che spiega: “Israele non ha né il desiderio né la capacità di intervenire a favore dei curdi, nonostante le manifestazioni di solidarietà a Gerusalemme. Dal punto di vista di Israele, le implicazioni pratiche dell’abbandono da parte degli Stati Uniti dei curdi sono trascurabili. La questione critica per Gerusalemme è la continua presenza di truppe americane nella base di Al-Tanf (confine tra siro-iracheno), che ha un certo impatto sul corridoio via terra che collega l’Iran e l’Iraq alla Siria e al Libano. Finora, i rapporti indicano che le truppe rimarranno. L’evacuazione di quella base preoccuperebbe molto Israele”.
Nel paese intanto si sta registrando un certo cambiamento di giudizio rispetto a Trump, la cui imprevedibilità in politica estera comincia ad incrinare il grande apprezzamento dimostrato nei suoi confronti in passato dalla maggioranza degli israeliani. Se è vero che già sotto il presidente Barack Obama la Casa Bianca aveva diminuito la sua presenza in Medio Oriente, “speravamo di vedere un cambiamento con Trump. – ha dichiarato un ufficiale israeliano al giornalista Ben Caspit – È molto sconcertante perché gli americani hanno deciso di non voler più sorvegliare il mondo prima che il mondo stesso decidesse che può fare a meno di una forza di polizia internazionale”. Per Schweitzer le mosse di Trump sono un ulteriore dimostrazione che Israele deve contare in primo luogo su se stessa. “Il nostro è un paese che anche quando dorme tiene un occhio aperto. Siamo sempre sull’attenti e per questo siamo in grado di difenderci”, afferma l’esperto, secondo cui le azioni americane non hanno comunque accelerato un possibile conflitto con i nemici iraniani e i loro alleati Hezbollah, che rimane un pericolo attuale. “Continueremo a colpire come abbiamo fatto in passato i terroristi di Hezbollah per minimizzare le loro capacità balistiche”, aggiunge l’esperto, che auspica che Israele nel frattempo si dia un governo. “Mi pare che la soluzione del governo di unità nazionale tanto discussa sia l’unica soluzione e sarebbe importante anche per garantire maggiore sicurezza ai confini”. Ai politici e diplomatici israeliani si rivolge anche l’opinionista Uri Heitner dalle pagine di Yedioth Ahronoth chiedendo a Gerusalemme di aiutare i curdi e sollevare la questione dell’invasione turca “alle Nazioni Unite e a tutte le altre istituzioni internazionali – e procedere verso sanzioni contro la Turchia. Gli ambasciatori israeliani in tutto il mondo dovrebbero inviare un messaggio ai paesi ospitanti invitandoli a condannare la Turchia. Israele dovrebbe chiedere un’azione diretta, come la rottura dei legami diplomatici con la Turchia. Inoltre, Israele è più che in grado, come paese umanitario, di fornire tutto l’aiuto possibile ai curdi”. Per Heitner, così come per Schweitzer, inoltre “la lezione che Israele dovrebbe trarre dalla situazione dei curdi è che non può fidarsi di nessuno se non di se stessa e non dovrebbe assolutamente scendere a compromessi su nessuna questione legata alla sua sicurezza”.

Daniel Reichel