La mareggiata e le mitragliate
Capita a volte, per caso così come per necessità, che ci si adoperi nell’ascoltare quel fondamentale strumento di comunicazione che è la radio. Le voci, spesso, rendono di più delle immagini. Nei giorni scorsi, ad un’importante emittente radiofonica nazionale di proprietà privata, molto attenta alla comunicazione sull’attualità, ho avuto modo di sentire un’intervista-intervento, in diretta, della neoassessora alla cultura e al turismo del Comune di Napoli. (Il nome, per inciso, non ho neanche voglia di citarlo.) Benché il giornalista interlocutore, abile figura di mediatore, le chiedesse pacatamente (non meno che scaltramente) ragione delle affermazioni più allucinanti, ad esempio sul nesso tra sionismo e nazismo – e quant’altro -, cercando anche di ottenere una qualche forma di flebile ritrattazione, le risposte che arrivavano erano sconcertanti. Per più aspetti, nulla di nuovo sotto il sole. L’interessata ribadiva le sue posizioni, per nulla mutate, neanche dinanzi alla disponibilità che il giornalista offriva nel comprenderne alcune sue “ragioni”. Ne ho amaramente preso atto. Ma quello che mi ha inquietato per davvero, più delle parole stesse, era la foga, al limite della convulsione linguistico-espressiva, con la quale la suddetta si esprimeva dinanzi alle prevedibilissime, nonché blande, obiezioni espresse dallo studio radiofonico. Una sorta di mitragliata continua, un ripetersi di mareggiate contenenti tante parole quante sono le particelle di acqua che compongono un’onda di piena; un oltranzismo verbale – quindi – prima ancora che di altra natura, il quale si infrangeva inesorabilmente contro chiunque tentasse di obiettare qualcosa. E con esso, l’evidente convincimento di condurre una propria “guerra santa” nei confronti di un mostro. La diabolizzazione di Israele risponde sia a costrutti di falsa oggettività (ed è la parte razionalizzante) sia a modalità espressive di fittizia intransigenza morale. L’una cosa e l’altra, quando si saldano, portano al risultato disastroso che sappiamo. Va da sé il riscontro che il susseguirsi di bordate “antisioniste” si accompagnasse al richiamo del «non sono antisemita», completamente speculare a quegli incipit di discorso che incorporano l’espressione retorica: «non sono razzista ma…». Così come l’oramai sempre più inflazionato e sfilacciato riferimento all’intenzione di offrire alla senatrice Liliana Segre l’ennesima cittadinanza onoraria. Un istituto, quest’ultimo, pensato per riconoscere il suo impegno pubblico e per concorrere collettivamente nel tutelarla dalle aggressioni verbali e dalle minacce si cui è stata fatta ripetutamente oggetto. Ma che se usato incautamente, rischia di produrre una perversione dei fini, strumentalizzando la sua figura. Così la neoassessora, motivando la sua proposta avanzata al sindaco della città: «… [ho chiesto] la concessione della cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre, vittima di un’intollerabile ondata di insulti antisemiti e minacce di morte provenienti dall’estrema destra, che hanno costretto le autorità ad assegnarle una scorta. Mi sembra il modo migliore per rispondere concretamente alle surreali accuse di antisemitismo che mi sono rivolte in queste ore, accogliendo una sopravvissuta all’orrore di Auschwitz, dove era stata deportata poco più che tredicenne, come membro della nostra comunità cittadina». Ed ancora: «…essere radicalmente critici verso l’apartheid che lo Stato di Israele pratica nei confronti del popolo palestinese non ha nulla a che fare con l’antisemitismo. L’ho scritto ieri e lo rivendico». La senatrice a vita ha risposto in tali termini: «la cittadinanza onoraria non è un fatto passeggero se si può prestare a strumentalizzazioni». Per poi aggiungere: «è un riconoscimento profondo, un abbraccio ideale tra la città stessa (in questo caso pluridecorata) e chi la riceve. Mi verrebbe da mutuare una vecchia battuta, ci sono cittadinanze che si contano e cittadinanze che si pesano». Parole chiarissime, perentorie, inequivocabili. Ci sono una grande quantità di riflessioni da fare, al riguardo. Un paio le citiamo da subito, anticipandole rispetto a quello che potremo fare in altro momento. La prima di esse è che non tutti i richiami alla lotta contro l’antisemitismo (e ai razzismi) hanno le medesime ragioni e lo stesso fondamento, dovendo quindi per parte nostra stare sempre molto cauti, nel merito così come nel metodo, quand’essi vengono manifestati. Il secondo riguarda gli evidenti rischi che il ricorso, oramai quasi ossessionato, a figure di alto valore simbolico, comporta in sé, qualora non ci sia filtro, vaglio e riflessione di principio. Si va verso una vera e propria eterogenesi dei fini, un capovolgimento del significato rispetto alle ragioni iniziali. Bisogna ripartire da questa piattaforma di riflessioni, poiché il peggiore pericolo è che la sovraesposizione mediatica di una certa idea stereotipata dell’ebraismo italiano, basata perlopiù su preconcetti e aspettative di performance pubbliche (per capirci: “ci piacete se siete vitime”), è parte dello stesso problema che vogliamo affrontare, non certo aspetto della sua soluzione.
Claudio Vercelli
(17 novembre 2019)