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Un incontro necessario

morsChi sono gli Imi? La storia degli Internati Militari Italiani inizia l’8 settembre 1943, allorché l’Italia proclamò l’armistizio. I soldati catturati, rastrellati e deportati in Germania e in Polonia furono più di 600mila, e quasi il 10% di loro non sopravvisse alla fame, al freddo, alla malattia, alle durissime condizioni della prigionia. Essi non vennero considerati prigionieri di guerra affinché non fossero loro riconosciute le garanzie stabilite dalle Convenzioni di Ginevra del 1929 e a partire dall’autunno del 1944 vennero utilizzati come lavoratori coatti senza godere delle tutele della Croce Rossa Internazionale. Da parte dei nazisti essi dovevano essere puniti per il “tradimento” italiano e da parte del governo di Salò dovevano essere puniti per non avere aderito alla Rsi. A loro infatti venne offerta la possibilità del ritorno in Italia se avessero optato per il nuovo regime nazi-fascista, ma solo una piccola percentuale fece questa scelta.
Gli Imi subirono le conseguenze del rapporto tra la Germania e la Rsi nei molteplici cambiamenti del loro status nel breve volgere di un anno e mezzo – da prigionieri di guerra dopo l’armistizio a internati militari dal 20 settembre ‘43, da internati a lavoratori civili dall’autunno ’44. La formula inventata di “internati militari” sostituisce la definizione di “prigionieri di guerra”. Dal luglio del 1944, in funzione delle accresciute esigenze di manodopera, Hitler procede alla trasformazione di tutti, ufficiali compresi, in “lavoratori civili”.
I militari italiani internati si mossero su almeno tre modalità di comportamento: opposizione, sopportazione, cooperazione. Scrive Luciano Zani: “Ci sono coloro che scelsero di scegliere, maturando una difficile consapevolezza critica, in una faticosa elaborazione della crisi politica, materiale e morale dell’otto settembre, innescata dalla ferita dell’orgoglio nazionale calpestato. E ci sono coloro che non elaborarono la sconfitta e scelsero di non scegliere, o quantomeno di attuare la scelta che pareva più vicina a una ‘non scelta’, la più corrispondente a una sorta di smobilitazione interiore, di chi non si riconosce più in nessuna patria, e solo attende senza agire la fine della guerra, cercando di sopravvivere e basta. Una zona grigia che non è riconducibile all’antifascismo e neppure a un processo di crescita democratica”.
Ci furono, soprattutto tra gli ufficiali, coloro che si ritennero legati al giuramento di fedeltà al Re e coloro che, educati negli anni della dittatura, durante l’internamento elaborarono la scelta dell’antifascismo a contatto con i primi veri maestri di vita. “I motivi ispiratori della resistenza – sintetizzava lo storico ed ex internato militare Vittorio Emanuele Giuntella – furono la fedeltà al giuramento e all’onore militare; la consapevolezza che il rifiuto aveva il valore di un plebiscito contro la dittatura fascista, al quale si annetteva una grande importanza etica e politica; la reazione ai maltrattamenti subiti e alle minacce annunciate. Fu, soprattutto, in un ambiente sottoposto alla legge dell’odio e della violenza, la riaffermazione della fede nella dignità umana e nella libertà morale”.
La rimozione della sorte degli Imi, cominciata il primo giorno del loro internamento, proseguì dopo la loro liberazione, sia per le difficoltà obiettive ad organizzare un efficiente meccanismo di accoglienza, sia per il disinteresse a una gestione efficace e rapida del loro rimpatrio. Scrive ancora Zani: “I reduci, tutti i reduci, sono troppi e troppo diversi tra loro: affrontarne problemi e rivendicazioni significa affrontare un esame di coscienza collettivo sul fascismo e sulla partecipazione alla guerra, che nessuno può e vuole fare; meglio accantonare il problema e ridurlo a una mera questione di assistenza”.
Recentemente il Prefetto di Milano Renato Saccone, al Memoriale della Shoah, ha consegnato le medaglie d’onore concesse con decreto del Presidente della Repubblica ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti e ai familiari dei deceduti. È un segnale forte del fatto che si è finalmente presa coscienza del ruolo degli internati militari nella costruzione della Repubblica. È importante che il mondo ebraico, già da molto tempo vicino alle Associazioni dei reduci dall’internamento, esprima un chiaro punto di vista. Non basta certo, come si è letto di recente in una nota firmata da Silvia Haia Antonucci su Moked, dar atto delle loro sofferenze, accusandoli al contempo di essere tutti fascisti. Non si capisce come si possa davvero credere che se i militari di leva fossero stati antifascisti non ci sarebbe stata la guerra, quasi la leva soprattutto in una dittatura fosse un’opzione. Ed è davvero strano, soprattutto da parte ebraica, ventilare l’accusa di negazionismo nei confronti del Prefetto di Milano e della senatrice Segre. Ci auguriamo si sia trattato di un’iniziativa personale. È arrivato forse il momento che le istituzioni ebraiche si facciano promotrici di un incontro con i reduci, i loro discendenti e gli studiosi di quella vicenda che ha toccato una famiglia italiana su quattro. Una vicenda così complessa e delicata, con tutto il suo carico di dolore, non può diventare occasione per una guerra delle memorie, tanto meno una guerra che coinvolga il mondo ebraico.
Come figlio e nipote di Imi da parte paterna, e discendente da parte materna da una famiglia sefardita ottomana che è scappata nascondendosi in mezza Europa per salvarsi, si può capire come io sia particolarmente sensibile a una tale riconciliazione.

Marco Cassuto Morselli

(4 dicembre 2019)